Cosa si può fare?

Domenica scorsa un uomo disabile di 73 anni è stato aggredito con pugni al volto da alcuni minori cui aveva chiesto di allontanarsi perché con il loro comportamento provocavano fastidio. L’episodio, di cui ha dato notizia Stato Quotidiano, è avvenuto a Manfredonia presso Piazzale Perotto. Me abbiamo discusso in un seminario maieutico in quarta, chiedendoci perché avvengono cose del genere. Alcuni hanno attribuito la cosa alle famiglie, che evidentemente non sono in grado ed educare, o che a volte sono troppo protettive, suscitando come reazione atteggiamenti di ribellione; altri hanno parlato di cattive amicizia, cosa che però sposta i problema (perché le amicizie sono “cattive”, allora?); altri ancora hanno evidenziato una concezione diffusa tra i giovani, per cui se sei bravo vieni disprezzato, e vengono apprezzati al contrario gli atteggiamenti da duro.

Sempre su Stato Quotidiano Francesca Brancati, ex studentessa della nostra scuola, ha pubblicato un articolo in cui avanza la seguente proposta per “salvare i ragazzi dalla strada”:

Il punto è che i ragazzi spesso, troppo spesso, sono lasciati a se stessi. Abbandonati dalle famiglie chi per un motivo, chi per un altro, trascorrono la maggior parte delle ore dopo la scuola buttati per strada alla mercé di quel che capita. Sfogano la rabbia e la frustrazione che hanno appreso, chi in un mod , chi in un altro. Non è colpa dei ragazzi. L’amministrazione potrebbe solo impegnarsi maggiormente a creare appositi spazi per farli giocare ‘monitorati‘ o meglio, al sicuro! Io ho detto anche durante un incontro con le associazioni nel quale si parlava proprio di questo aspetto nell’ambito di un’iniziativa sulla legalità, che i ragazzi più ‘problematici’ vanno stimolati. Si. Vanno responsabilizzati. Come?.

Cominciamo per esempio ad ‘affidargli’ gli spazi. Se io da buon educatore “lascio fare” ( chiaramente io sono li a sorvegliarli da lontano).. però lasciandoli agire, lasciando che siano loro ad occuparsi anche della stessa manutenzione dei campetti da calcio.. loro potrebbero non solo giocare in spazi sicuri, ma sublimare le proprie frustrazioni e le proprie insoddisfazioni nella creazione di valore. Lasciamo che si prendano cura loro degli spazi. Una volta esistevano gli oratori in cui interi spazi venivano lasciati ai ragazzi per giocare a pallone o coltivare le proprie passioni.

Cosa ne pensate? In quali altri modi a vostro avviso si può intervenire per affrontare il problema?

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Un seminario sulla violenza

18 Ottobre 2013

Tema: “Che cos’è la violenza?”.

Dal primo giro di interventi è emersa la distinzione tra due tipi di violenza: quella fisica e quella psicologica. La violenza entra in campo quando una persona viene sottovalutata e non vengono rispettati i suoi diritti. La violenza è una forma di superiorità e chi compie una violenza si sente superiore. Una delle ragioni per cui si compie violenza è il timore. La violenza è far del male sia mentalmente che fisicamente ed arreca alla vittima un trauma, non solo fisico ma anche psicologico.

La seconda domanda cui abbiamo cercato di rispondere è stata: “Quando c’e violenza fisica?”. La violenza fisica comporta sempre una violenza mentale. La violenza fisica si manifesta in situazioni di disagio, paura e senso di inferiorità. Abbiamo cercato di riflettere sulle cose o per meglio dire sui gesti che possono essere considerati meno appariscenti. Anche gesti apparentemente poco importanti possono costituire violenza: ad esempio toccare una ragazza,senza il suo permesso, è una violenza. Anche imporre qualcosa che l’altra parte non vuole è una violenza. Ci siamo proposti anche una terza domanda: “Quando c’e violenza psicologica?”. Anche qui sono emersi diversi punti. C’e violenza psicologica quando si fa un insulto, un aggressione verbale, quando si cerca di opprimere il pensiero di qualcuno, anche quando si deride una persona e quando si cerca di manipolare qualcuno. Continua a leggere “Un seminario sulla violenza”

Educazione e co-educazione

Post indirizzato agli studenti del corso di Educazione Comparata dell’Università di Bari. Naturalmente, come sempre, possono commentare anche gli altri.

Nella prima lezione ci siamo soffermati su alcuni concetti di fondo, che ci serviranno per il lavoro successivo: violenza, potere, educazione, comunicazione. Abbiamo detto che esistono diverse forme di violenza (fisica, psicologica, culturale, strutturale, naturale), ed abbiamo definito in generale la violenza come un crescere-sopra. Abbiamo distinto dalla violenza la forza, che non è una cosa negativa, e che abbiamo definito come un crescere-accanto ed insieme. Violenza è, nel mondo naturale, il parassitismo, mentre forza è la simbiosi. Abbiamo anche detto che il potere, considerato come possibilità di fare qualcosa, non è negativo. Ognuno di noi esercita una forma di potere quando riesce a soddisfare un proprio bisogno. Il potere diventa negativo quando le cose che facciamo impediscono ad altri di fare, vale a dire quando si caratterizza per quel crescere-sopra che è proprio della violenza. Per indicare questo potere negativo sarebbe forse il caso di usare un termine diverso. Danilo Dolci parlava di dominio.
Ci siamo poi chiesti quale relazione c’è tra educazione e violenza. Abbiamo analizzato l’interprezione diffusa dell’educazione come e-ducere (trarre fuori, far uscire), secondo la quale l’educazione è l’attività con la quale l’educatoree aiuta l’educando ad uscire dallo stato in cui si trova ed a raggiungere la maturità ed il pieno sviluppo personale. Vi ho fatto notare che questa concezione dell’educazione comporta una visione negativa dell’educando. Pensare che il bambino debba uscire dallo stato in cui si trova, grazie all’educazione, vuol dire pensarlo in base a quello che sarà, non in base a quello che è. Ogni educando è visto come un essere provvisorio, che dovrà trasformarsi grazie alla magica azione dell’educazione. Inoltre in questo rapporto l’educatore si trova a giocare il ruolo del modello verso cui l’educando deve evolvere, colui che ha completato il suo processo di sviluppo e perciò può fare da guida all’educando. Ma l’educatore ha realmente compiuto il suo processo educativo? Sappiamo che l’educazione è un processo che dura tutta la vita; anche l’educatore, dunque, è un educando. Se le cose stanno così, allora sarebbe forse più corretto, e meno violento, pensare l’educazione come un co-e-ducere, vale a dire come coeducazione. In questo caso non c’è un soggetto, l’educatore, che agisce in modo da far uscire un altro soggetto, l’educando, dallo stato in cui si trova per condurlo verso la piena realizzazione di sé stesso, ma ci sono due soggetti che crescono insieme, arricchendosi reciprocamente.
Una di voi ha osservato che questo modello dell’educazione sembra essere poco concreto. Abbiamo allora analizzato il significato dell’aggettivo concreto, cercandone l’etimologia, come abbiamo fatto con la parola educazione. Concreto deriva da cum-crescere, vale a dire crescere insieme. Ora, se pensiamo l’educazione come l’atto con il quale l’educatore fa crescere l’educando, viene a mancare proprio la concretezza, perché non si cresce insieme. C’è concretezza se pensiamo che a crescere siano tanto l’educatore quanto l’educando, vale a dire se pensiamo lo stesso educando come un educatore. L’etimologia del’opposto di concreto, vale a dire astratto, sembra confermare questa interpretazione. Astrarre deriva da abs-trahere, tirare fuori qualcuno da: una etimologia che fa pensare all’e-ducere, con una maggiore evidenza, però, dell’aspetto violento (il condurre diventa trarre, strappare).
Se vi va, possiamo continuare a discutere di questi punti, utilizzando i commenti a questo post.

Il male

Lo scorso 11 novembre a Rimini quattro ragazzi hanno dato fuoco a un clochard (barbone) che dormiva su una panchina. Secondo le testimonianze di quelli che lo conoscono la vittima, Andrea Severi, è un uomo mite, che non ha mai dato fastidio a nessuno. I responsabili dell’atto sono stati individuati ed arrestati. Hanno tra i 19 e i 20 anni. Dopo aver bruciato il clochard si sono vantati con gli amici ed hanno raccontato la loro impresa alle fidanzate, che probabilmente l’hanno trovata divertente.

Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco… Gli ho buttato addosso tutta la benzina che avevo. Lui non fiatava, dormiva…. Dovevi vederlo. Le fiamme che si alzavano. E quello lì che fa uno scatto e poi casca dritto… Avessi visto come si dimenava, urlava, quante fiamme! Poi siamo dovuti scappare…

avrebbe detto agli amici uno dei quattro, quello che materialmente ha gettato la benzina sul clochard.
Ieri pomeriggio ho seguito un po’ un dibattito televisivo su questo fatto di cronaca. Un commentatore diceva che non sono normali, un altro al contrario affermava definirli anormali è pericoloso, perché può portare a giustificarli, e vanno invece considerati come dei normalissimi balordi. Io ho qualche difficoltà, di fronte a cose del genere. Mi trovo spiazzato, non so che dire. Mi piacerebbe sentire cosa ne pensate voi. Perché, secondo voi, accadono cose del genere?

Violenza e scuola (La scuola improbabile -4)

Si parla molto, da qualche settimana, di violenza a scuola. Il primo caso che ha suscitato scalpore è stato quello di alcuni studenti che malmenavano un compagno diversamente abile, riprendendo la scena con il telefonino. L’ultimo, credo, quello di un preside pestato a sangue dai genitori di alcuni studenti ai quali aveva vietato l’uso del cellulare a scuola.
Non voglio però discutere di questi casi clamorosi e con ogni probabilità gonfiati dalla stampa. Voglio discutere con voi di una violenza meno clamorosa, che non fa notizia. E’ la violenza che emerge a tratti nelle precedenti discussioni sulla “scuola improbabile” -ad esempio nei commenti di chi dice di venir giudicato dai docenti non per la propria preparazione, ma per il suo modo di essere.
Definire la violenza non è facile. Senza far troppa filosofia, io credo che possa andar bene questa definizione: è violenza tutto ciò che ci impedisce di crescere e ci riduce a cose o quasi-cose (ad esempio costringendoci al silenzio o all’immobilità). In un certo senso, la violenza è il contrario della gioia espansiva. Ciò di cui dobbiamo discutere è allora questo: se e quando vi sembra a scuola di subire violenza, se e quando avvertire la scuola come una realtà che non vi aiuta a crescere, ma che al contrario vi mortifica. Può essere utile, per meglio mettere in luce il fenomeno, parlare anche del fatto contrario, vale a dire delle volte in cui a scuola di sembra realmente di crescere e di sperimentare una sorta di gioia di essere, di conoscere o di comunicare.

I nostri schiavi…

Avrete sentito parlare, spero, di un reportage giornalistico pubblicato la settimana scorsa sull’Espresso. Un giornalista, Fabrizio Gatti, ha fatto finta di essere un immigrato clandestino ed è venuto a Foggia a cercare lavoro come raccoglitore di pomodori. Quello che ha documentato ha dello scandaloso: persone costrette a lavorare per ore ed ore con un salario da fame, picchiate se protestavano, letteralmente ridotte in schiavitù. Un rumeno al quale spezzano entrambe le braccia e che, quando va in Questura per denunciare la cosa, viene arrestato perché clandestino. Tutto questo non in qualche lontano paese del terzo mondo, ma nelle nostre campagne. Intanto, la polizia polacca ha diffuso i nomi e le foto di 119 persone scomparse. Continua a leggere “I nostri schiavi…”