L’educazione in Marx ed Engels

Il vostro libro riesce a dire, nell’ambito di una stessa pagina, che per Marx lo Stato deve farsi carico dell’educazione, e che per Marx l’educazione deve essere pubblica ma non statale. Vediamo di capirci qualcosa.
Il discorso marxista sull’educazione non è scindibile dalla prospettiva rivoluzionaria. Sarà la rivoluzione comunista a creare le basi per una vera educazione. La struttura di una società è economica: è data dall’insieme dei rapporti di produzione; “il processo sociale, politico e spirituale della vita” è condizionato dalla struttura economica (Marx, Introduzione a “Per la critica dell’economia politica”). Anche l’educazione, naturalmente, ne è condizionata. Questo vuol dire che l’educazione familiare e scolastica, in uno Stato borghese, non può che giustificare la struttura economica, e con essa le disuguaglianze sociali.
Dopo la rivoluzione, il compito educativo sarà affidato allo Stato e sottratto quanto più possibile alle famiglie. Si legge in Principi del comunismo (1848): “Educazione di tutti i fanciulli a cominciare, dal momento in cui possono fare a meno delle prime cure materne, in istituti nazionali e a spese della nazione. Educazione e lavoro di fabbrica insieme.” Questa sottrazione dell’educazione alla famiglia è tra gli aspetti del programma comunista che più scandalizzavano. Rispondendo allo sconcerto di molti, Marx ed Engels scrivono nel Manifesto del partito comunista: “Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari. E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via? I comunisti non inventano l’influenza della società sull’educazione, si limitano a cambiare il carattere di tale influenza, e strappano l’educazione all’influenza della classe dominante. La fraseologia borghese sulla famiglia e sull’educazione, sull’affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro”.
Oltre ad essere sociale, e non più familiare, la nuova educazione dovrà superare la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. All’educazione per tutti corrisponderà l’obbligo di lavoro per tutti. Scrive Engels nella prefazione a Lavoro salariato e capitale di Marx: “Un nuovo ordine sociale è possibile, nel quale spariranno le attuali differenze di classe e nel quale — forse dopo un breve periodo di transizione, un po’ travagliato, ma ad ogni modo molto utile dal punto di vista morale — grazie allo sfruttamento secondo un piano e all’ulteriore sviluppo delle esistenti immense forze produttive di tutti i membri della società, ad un uguale obbligo al lavoro corrisponderà una situazione in cui anche i mezzi per vivere, per godere la vita, per la educazione e lo sviluppo di tutte le facoltà fisiche e spirituali saranno a disposizione di tutti, in modo uguale e in misura sempre crescente”.
Di sfuggita, vi faccio notare la presenza del lavoro in moltissimi dei pedagogisti studiati (perfino in Locke, l’educatore del gentleman): e la sua totale assenza nelle realtà scolastica italiana.

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