Domande su Gandhi

Alla fine della conferenza su Gandhi al liceo di Narni ho proposto agli studenti di continuare la discussione on-line su Muntu. Mi hanno mandato alcune loro domande, cui rispondo con i post che segue, invitandoli (e come sempre l’invito è esteso anche agli altri) a continuare la discussione nei commenti.

Il lavoro per Gandhi dovrebbe essere scelto in base alla tradizione castale; ma allora come lo considera? Non come un modo per esplicare la propria creatività e il proprio impegno.

Ciò da cui bisogna partire è la concezione gandhiana della società. Per Gandhi la società non è un insieme di individui, ma un grande organismo che funziona grazie al contributo di tutti. L’uomo non ha il diritto di perseguire scopi individuali che siano in contrasto con gli interessi della società. La società come organismo funziona se ognuno compie il proprio dovere, che è quello indicato dalla propria casta di appartenenza. E’ una concezione estrememente lontana dal nostro modo di vedere, e difficilmente sostenibile oggi. C’è però in Gandhi anche dell’altro, riguardo alla questione del lavoro. Era sua convinzione che il lavoro manuale non sia per nulla inferiore al lavoro intellettuale, e che anzi sia moralmente superiore. E’ un’idea che riprende da Tolstoj, che a sua volta l’aveva appresa dal contadino Bondarev. Per Gandhi ognuno dovrebbe dedicarsi al lavoro manuale: lui stesso dava l’esempio, sia impegnandosi ogni giorno nella filatura, sia pulendo le latrine e comprendo altri lavori considerati umili nelle sue comunità. Questa idea della dignità del lavoro manuale mi sembra molto importante, anche se in pieno contrasto con le idee dominanti (noto di sfuggita che mentre aumenta nel nostro paese la disoccupazione intellettuale, le aziende lamentano la mancanza di artigiani). Continua a leggere “Domande su Gandhi”

Gandhi e la povertà volontaria

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Mercoledì scorso vi ho parlato di Gandhi, in occasione della presentazione di un libro che ho tradotto e curato. Purtroppo il poco tempo a disposizione non mi ha permesso che un assaggio, o poco più. Vi stavo parlando della concezione del sarvodaya, quando è suonata la campana. Marilyn ieri mi ha chiesto quando avremmo ripreso quel discorso. Possiamo farlo qui, con una o più discussioni dedicate a Gandhi.
Una idea molto importante per Gandhi è quella della povertà volontaria (aparigraha). Per Gandhi è possibile realizzare la giustizia e l’uguaglianza nella società solo se si rinuncia volontariamente a ciò che non è indispensabile. Nel mondo esistono risorse sufficienti per sfamare e far sopravvivere tutti. Queste risorse tuttavia diventano insufficienti, se alcuni vogliono troppo. Dove ci sono alcuni ricchissimi, che vivono in abitazioni lussuose e mangiano in grande abbondanza cibi prelibati, devono esservi anche necessariamente altri che sono poverissimi, vivono in tuguri e non hanno di che mangiare. Naturalmente il discorso è valido anche (e soprattutto) su scala planetaria: alla ricchezza di alcuni paesi (come l’Italia) corrisponde sempre la povertà di altri.
Ascoltiamo Gandhi:

“La perfetta realizzazione dell’ideale di non possesso richiede che l’uomo debba, come gli uccelli, non avere un tetto sopra la testa, nessun abito e nessuna riserva di cibo per l’indomani. Avrà certo bisogno del suo pane quotidiano, ma procurarlo sarà compito di Dio, e non suo. Solo un esiguo numero di persone, se mai ce ne fosse, può raggiungere questo ideale. Ma noi comuni ricercatori non dobbiamo sentirci respinti dalla sua apparente impossibilità. Dobbiamo invece tenere questo ideale costantemente davanti a noi, e alla sua luce esaminare criticamente le cose in nostro possesso e cercare di ridurle. La civilizzazione, nel senso reale del termine, consiste non nella moltiplicazione, ma nella intenzionale e volontaria riduzione dei bisogni. Solo questo porta alla vera felicità e appagamento, e accresce la capacità di servizio” (Lettera a Narandas Gandhi dal carcere di Yeravda, 29 agosto 1030.)

Vi sono dunque, per Gandhi, due cose:
– La realizzazione piena dell’ideale di non possesso, che è possibile solo a pochi uomini straordinari. Francesco d’Assisi era uno di questi, ma lo stesso Gandhi visse senza possedere praticamente nulla.
– La realizzazione parziale dell’ideale, adatta a tutti. Noi non siamo Francesco d’Assisi né Gandhi, ma possiamo ragionare sulle cose che possediamo o acquistiamo e chiederci se sono realmente necessarie, e quale è il loro costo umano per i poveri.
Ciò è in netto contrasto con un messaggio che riceviamo mille volte al giorno: che bisogna acquistare, acquistare il più possibile. Tempo fa lo Stato trasmise anche una pubblicità, nella quale invitava ad acquistare per far “girare l’economia”. Voi che ne pensate? E’ meglio acquistare il più possibile, o è più ragionevole limitarsi a soddisfare i bisogni essenziali?