Formazione integrale o per il lavoro?

Avrete notato la differenza tra Comenio e Locke riguardo agli scopi dell’educazione. Per Comenio l’educazione deve mirare alla formazione integrale dell’essere umano, con particolare attenzione alla dimensione morale e religiosa, oltre a quella culturale. Anche per Locke la dimensione morale e la formazione del carattere sono importanti, ma al centro del suo progetto educativo, che è indirizzato al gentleman inglese, c’è una concezione pratica che privilegia le conoscenza che sono fondamentali per la futura attività lavorativa. Per questo la geografia, l’equitazione e la scherma risultano importanti, mentre sono ridimensionate le lingue classiche.

Voi ritenete che sia più importante mirare ad una formazione integrale della persona o dare una formazione che consenta di inserirsi positivamente nel mondo lavorativo? E, qualunque sia la vostra risposta, quali discipline sono fondamentali per voi per raggiungere lo scopo?

[Discussione per la 4A, ma come sempre aperta anche ad altri.]

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Cambiare i paradigmi dell’educazione

 

[Per i ragazzi di quinta.]

Vi prego di guardare con attenzione questo video e di commentarlo, facendo attenzione in particolare ai seguenti punti:

1. La scuola distingue le persone intellettuali da quelle che non lo sono; da questa distinzione scaturisce una sostanziale discriminazione verso le persone che non si adeguano alla concezione scolastica di intelligenza e di cultura.

2. La scuola è organizzata sul modello della fabbrica, come una catena di montaggio.

3. La scuola che spegne il pensiero divergente.

4. Importanza dei gruppi e della collaborazione per l’apprendimento.

Cos’è educazione?

Questa mattina abbiamo (in 5A) cominciato a discutere sul tema Cos’è educazione?, al fine di giungere ad una concezione condivisa dell’educazione – una nostra teoria pedagogica, per così dire.
Nell’immagine seguente c’è la lavagna dopo un primo giro di risposte:

Come si vede, le parole più ricorrenti sono trasmettere, valori e regole.
Abbiamo cominciato a ragionare sul trasmettere. Vi ho fatto notare che il trasmettere è unidirezionale, va da A a B, e vi ho chiesto se si può considerare unidirezionale un rapporto educativo: se, cioè, chi educa dà senza ricevere. Ci siamo trovati d’accordo nel ritenere che anche chi educa riceve qualcosa dal cosiddetto educando. Qualcuno di voi ha detto che allora sarebbe meglio parlare di dialogo.
Questa può essere una prima conclusione della nostra ricerca: l’educazione è una cosa che accade in una situazione dialogica.
Abbiamo anche visto che, poiché l’educazione è un processo che dura per tutta la vita, lo stesso educatore si può considerare un educando. Il dialogo educativo è dunque un dialogo tra due persone (l’educatore e l’educando) che si stanno educando. Restano da capire meglio le caratteristiche di questo rapporto. Come dobbiamo pensare il dialogo tra educatore ed educando? In che modo si differenzia da altre forme di dialogo? Che differenza c’è, ad esempio, tra il dialogo educativo ed il dialogo erotico (quello degli amanti)? E tra il dialogo educativo e quello tra amici?
Dopo aver risposto a queste domande possiamo discutere dei valori.

Educazione e co-educazione

Post indirizzato agli studenti del corso di Educazione Comparata dell’Università di Bari. Naturalmente, come sempre, possono commentare anche gli altri.

Nella prima lezione ci siamo soffermati su alcuni concetti di fondo, che ci serviranno per il lavoro successivo: violenza, potere, educazione, comunicazione. Abbiamo detto che esistono diverse forme di violenza (fisica, psicologica, culturale, strutturale, naturale), ed abbiamo definito in generale la violenza come un crescere-sopra. Abbiamo distinto dalla violenza la forza, che non è una cosa negativa, e che abbiamo definito come un crescere-accanto ed insieme. Violenza è, nel mondo naturale, il parassitismo, mentre forza è la simbiosi. Abbiamo anche detto che il potere, considerato come possibilità di fare qualcosa, non è negativo. Ognuno di noi esercita una forma di potere quando riesce a soddisfare un proprio bisogno. Il potere diventa negativo quando le cose che facciamo impediscono ad altri di fare, vale a dire quando si caratterizza per quel crescere-sopra che è proprio della violenza. Per indicare questo potere negativo sarebbe forse il caso di usare un termine diverso. Danilo Dolci parlava di dominio.
Ci siamo poi chiesti quale relazione c’è tra educazione e violenza. Abbiamo analizzato l’interprezione diffusa dell’educazione come e-ducere (trarre fuori, far uscire), secondo la quale l’educazione è l’attività con la quale l’educatoree aiuta l’educando ad uscire dallo stato in cui si trova ed a raggiungere la maturità ed il pieno sviluppo personale. Vi ho fatto notare che questa concezione dell’educazione comporta una visione negativa dell’educando. Pensare che il bambino debba uscire dallo stato in cui si trova, grazie all’educazione, vuol dire pensarlo in base a quello che sarà, non in base a quello che è. Ogni educando è visto come un essere provvisorio, che dovrà trasformarsi grazie alla magica azione dell’educazione. Inoltre in questo rapporto l’educatore si trova a giocare il ruolo del modello verso cui l’educando deve evolvere, colui che ha completato il suo processo di sviluppo e perciò può fare da guida all’educando. Ma l’educatore ha realmente compiuto il suo processo educativo? Sappiamo che l’educazione è un processo che dura tutta la vita; anche l’educatore, dunque, è un educando. Se le cose stanno così, allora sarebbe forse più corretto, e meno violento, pensare l’educazione come un co-e-ducere, vale a dire come coeducazione. In questo caso non c’è un soggetto, l’educatore, che agisce in modo da far uscire un altro soggetto, l’educando, dallo stato in cui si trova per condurlo verso la piena realizzazione di sé stesso, ma ci sono due soggetti che crescono insieme, arricchendosi reciprocamente.
Una di voi ha osservato che questo modello dell’educazione sembra essere poco concreto. Abbiamo allora analizzato il significato dell’aggettivo concreto, cercandone l’etimologia, come abbiamo fatto con la parola educazione. Concreto deriva da cum-crescere, vale a dire crescere insieme. Ora, se pensiamo l’educazione come l’atto con il quale l’educatore fa crescere l’educando, viene a mancare proprio la concretezza, perché non si cresce insieme. C’è concretezza se pensiamo che a crescere siano tanto l’educatore quanto l’educando, vale a dire se pensiamo lo stesso educando come un educatore. L’etimologia del’opposto di concreto, vale a dire astratto, sembra confermare questa interpretazione. Astrarre deriva da abs-trahere, tirare fuori qualcuno da: una etimologia che fa pensare all’e-ducere, con una maggiore evidenza, però, dell’aspetto violento (il condurre diventa trarre, strappare).
Se vi va, possiamo continuare a discutere di questi punti, utilizzando i commenti a questo post.

L’educazione democratica

La sera del 29 dicembre ho conversato con gli studenti del liceo “Pacinotti” di Cagliari, invitato dal loro docente di filosofia, Ettore Martinez. La discussione si è tenuta sulla rete IRC, ed ha riguardato alcuni temi della pedagogia libertaria. Con il consenso degli studenti, riporto qui la conversazione integrale. Spero che loro o gli altri visitatori di questo laboratorio (l’invito è ai miei ex studenti) vogliano continuarla usando i commenti a questo post. In particolare mi piacerebbe che il confronto riguardasse la domanda che ho posto alla fine della conversazione: come dovrebbe essere per voi una scuola per essere autenticamente democratica? E’ possibile anche fissare un appuntamento in rete per discuterne “in diretta”. Continua a leggere “L’educazione democratica”

Rispetto

Abbiamo iniziato in classe ad analizzare e discutere diverse parti del libro di Alexander Neill, Il genitore consapevole. Un libro che è fatto di domande dei genitori e risposte del grande pedagogista libertario, che presenta un punto di vista spesso provocatorio, ma mai banale. Da oggi continuiamo le nostre discussioni in questo blog, sperando nel contributo dei visitatori. Continua a leggere “Rispetto”

L’educazione in Nietzsche


Una delle opere più importanti per comprendere la concezione educativa di Nietzsche è Umano, troppo umano, libro pubblicato tra il 1878 ed il 1886 che attesta la fase «illuministica» del suo pensiero (non a caso è dedicato alla memoria di Voltaire). Illuministico più nelle intenzioni, che nei fatti. Si tratta di un libro ineguale – con alti e bassi, affermazioni fortemente precorritrici (ad esempio una pagina sorprendente sul disarmo unilaterale, II, 254) ed altre assolutamente sconcertanti – nel quale Nietzsche presenta l’ideale dello spirito libero, l’uomo superiore che vive per la conoscenza, liberandosi da ogni necessità materiale, dai condizionamenti culturali, dalle aspettative degli altri, dai legami dei suoi stessi ideali; un uomo necessariamente solo, che vive come un viandante, uno che attraversa la vita godendo la gioia del paesaggio e del cammino. A questo ideale umano corrisponde una utopia sociale: «Una cultura superiore può nascere solo dove esistono due diverse caste sociali: quella di chi lavora e quella di chi ozia, di chi è capace di vero ozio; o, con un’espressione più forte, la casta del lavoro nella costrizione e del lavoro libero» (II, 439; cfr II, 462, dove ripresenta questa idea come la mia utopia). Si tratta, come si vede, di un rovesciamento dell’utopia sociale marxiana. Se Marx voleva un sistema nel quale le differenze di classe fossero superate ed il lavoro materiale fosse ugualmente distribuito, Nietzsche pensa ad una società nella quale le differenze di classe diventano differenze di casta. Occhio e croce, direi che siamo più vicini all’utopia nietzscheana che a quella marxiana. Continua a leggere “L’educazione in Nietzsche”