Ghettizzare gli immigrati? Un chiarimento sul libro di testo

Il libro di testo in uso in una delle prime (Aa. Vv., Il manuale di scienze umane, Marietti) ha un passo che pare discutibile. Ho contattato uno degli autori, il professor Vincenzo Matera dell’Università di Milano Bicocca, per chiedere chiarimenti. Quello che segue è il nostro scambio di email.

Gentile professor Matera,
grazie per la sua disponibilità.

Il nostro dubbio riguarda un passo a pagina 55 del Manuale.
Dopo aver sostenuto che esiste una contraddizione tra appartenenza e presenza dello straniero, poiché “mentre lo Stato nazionale pretende lealtà da parte dei suoi concittadini (…) lo straniero, proprio perché tale, non si sente (o si teme che non si senta) obbligato a rispondere in questo senso”, il testo conclude:

Ciò non sarebbe un problema per gli Stati nazionali se gli stranieri che soggiornano per un periodo limitato, fossero confinabili (spazialmente, ritualmente, giuridicamente).

E continua dicendo che “in un quadro di progressiva globalizzazione” ciò non è possibile. Detto così, sembra quasi che sia una sfortuna che gli Stati non possano ghettizzare gli stranieri. A noi sembra, invece, che sia una gran fortuna (ma abbiamo presente anche la realtà del Centri di Permanenza Temporanea, ed altre forme di ghettizzazione, anche rituale). L’idea di confinare gli stranieri, in qualsiasi forma, ci pare eticamente e politicamente inaccettabile. E ci chiediamo: abbiamo capito bene? Gli autori del testo davvero considerano auspicabile, anche se purtroppo non praticabile, la ghettizzazione degli immigrati?

Cordiali saluti,
Antonio Vigilante

—–

Caro professor Vigilante, la ringrazio molto per la sua segnalazione; mi porta a sospettare che in quelle righe ci sia una certa ambiguità espressiva, da eliminare appena possibile. Quello che lei giustamente evidenzia come politicamente e eticamente inaccettabile (e cioè che sarebbe auspicabile ghettizzare gli stranieri oltre al rammarico che ciò non si possa più fare oggi) non è nel modo più assoluto il pensiero che in quel passo si intendeva esprimere; anzi, il passo in questione intende porre in evidenza il nesso fra processi globali e di mobilità (di persone, idee, valori, ecc.) e il progressivo venir meno per il potere politico nazionale della capacità di imporre logiche di segregazione e di esclusione (di confinamento appunto) basate su criteri razziali, etnocentrici, nazionalistici. Ideologie e politiche che invece era meno difficile imporre in un mondo fatto da nazioni sovrane e relativamente isolate fra loro, in cui ciascuno è “padrone e casa propria”. Oggi, proprio perché viviamo in una società globale, le azioni di quel tipo – che sono state realizzate fin da tempi molto antichi e in un passato recente anche in Italia – sono decisamente anacronistiche e per fortuna anche molto più difficili da realizzare (per quanto, come lei ben ricorda, da noi ci sono i cpt e accadono vicende vergognose come quella di Lampedusa, e molte altre forme materiali e ideologiche di esclusione e di ghettizzzione esistano ancora un po’ ovunque nel mondo, ancorché globale.
Spero di essere stato chiaro, la prego di darmi un riscontro perché ci tengo a dissipare totalmente il dubbio che le è sorto circa il nostro (il mio in particolare) ritenere auspicabile la ghettizzazione degli stranieri. Mi pare del resto che il volume esprima nel suo complesso una posizione del tutto diversa.
La ringrazio ancora per aver sollevato un punto così delicato e le invio cordiali saluti,
Vincenzo Matera

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