Domande su Gandhi

Alla fine della conferenza su Gandhi al liceo di Narni ho proposto agli studenti di continuare la discussione on-line su Muntu. Mi hanno mandato alcune loro domande, cui rispondo con i post che segue, invitandoli (e come sempre l’invito è esteso anche agli altri) a continuare la discussione nei commenti.

Il lavoro per Gandhi dovrebbe essere scelto in base alla tradizione castale; ma allora come lo considera? Non come un modo per esplicare la propria creatività e il proprio impegno.

Ciò da cui bisogna partire è la concezione gandhiana della società. Per Gandhi la società non è un insieme di individui, ma un grande organismo che funziona grazie al contributo di tutti. L’uomo non ha il diritto di perseguire scopi individuali che siano in contrasto con gli interessi della società. La società come organismo funziona se ognuno compie il proprio dovere, che è quello indicato dalla propria casta di appartenenza. E’ una concezione estrememente lontana dal nostro modo di vedere, e difficilmente sostenibile oggi. C’è però in Gandhi anche dell’altro, riguardo alla questione del lavoro. Era sua convinzione che il lavoro manuale non sia per nulla inferiore al lavoro intellettuale, e che anzi sia moralmente superiore. E’ un’idea che riprende da Tolstoj, che a sua volta l’aveva appresa dal contadino Bondarev. Per Gandhi ognuno dovrebbe dedicarsi al lavoro manuale: lui stesso dava l’esempio, sia impegnandosi ogni giorno nella filatura, sia pulendo le latrine e comprendo altri lavori considerati umili nelle sue comunità. Questa idea della dignità del lavoro manuale mi sembra molto importante, anche se in pieno contrasto con le idee dominanti (noto di sfuggita che mentre aumenta nel nostro paese la disoccupazione intellettuale, le aziende lamentano la mancanza di artigiani).

Quando Gandhi parla di un Dio al di là delle determinazioni dottrinali non c’è il rischio di farsi una propria religiosità individuale?

C’è un libro molto bello di Rainer Maria Rilke, “I quaderni di Malte Laurids Brigge”, in cui a un certo punto si trova il seguente ragionamento (riporto a memoria): immaginiamo due ragazzini che comprano lo stesso giorno due coltellini uguali; dopo qualche giorno i loro coltellini saranno diversi, perché ognuno lo avrà logorato a modo suo. Questo, dice Rilke, succede anche con Dio. Le persone della stessa religione ricevono lo stesso Dio, ma poi ognuno lo logora a modo suo – cioè: ognuno lo pensa, lo immagina, lo vive in modo diverso. E dunque la religiosità è sempre individuale: sarebbe strano e fosse diversamente.E tuttavia c’è il rischio, oggi molto diffuso, di una religione patchwork, come si dice. Cioè: prendo un pezzo da qui, uno da lì, e mi costruisco la mia religione. Se si chiedesse ad esempio ai cattolici se credono nella reincarnazione, si farebbero belle scoperte. Come vi ho detto durante la conferenza, Gandhi fu molto influenzato dalla teosofia, che tentava appunto di costruire una verità al di sopra delle singole religioni, prendendo parti delle diverse tradizioni (soprattutto orientali) e mettendole insieme. Gandhi finì con il non concordare con questo metodo. Ciò che lo salva dal rischio di farsi una religione personale, o di cercare una sorta di Super-religione fatta con i pezzi delle singole religioni, è l’idea dello swadeshi, che dal punto di vista religioso vuol dire che ognuno deve restare all’interno della propria tradizione religiosa e cercare di migliorarla quanto più possibile. Come ho detto durante la conferenza, è una idea con la quale non concordo. Se tutte le religioni dicessero che c’è Dio, e che bisogna rendergli culto, il discorso potrebbe andare; ma tra le religioni vi sono differenze essenziali, che vanno al di là della diversità dei nomi di Dio. Vi sono religioni che sono fondate sulla fede, vale a dire sulla devozione al Divino, ed altre che sono fondate sulla conoscenza, concepita come strumento per la liberazione. Un cristiano che non sia portato per la devozione – vale a dire: che non abbia fede – può trovare più adatta a sé una religione come il buddhismo, nella quale la devozione conta poco. Credo (lo dico di sfuggita) che sia anche per questo che molti intellettuali si allontanano dal cattolicesimo per avvicinarsi alle religioni orientali.

Non pensi che già Gandhi avesse intuito il grande valore dei media e li abbia usati? Grazie ai media ebbe forza la sua lotta non violenta e potè muovere l’opinione pubblica mondiale contro la colonizzazione inglese.

Indubbiamente. Durante la sua vita Gandhi ha fondato diversi giornali, e li ha adoperati per orientare e formare l’opinione pubblica. La stessa lotta nonviolenta è un’azione comunicativa. Digiunando si comunica il proprio rifiuto di accettare una situazione di ingiustizia, in un modo che colpisce profondamente l’opinione pubblica. Senza comunicazione non c’è lotta nonviolenta. Ma cos’è davvero la comunicazione? Uno dei maggiori maestri della nonviolenza, Danilo Dolci, era molto critico verso i mass-media. Diceva che ci sono due cose: il comunicare autentico ed il semplice trasmettere. C’è comunicazione quando c’è scambio, confronto, reciprocità, mentre c’è semplice trasmissione quando uno parla e gli altri ascoltano. Ora, per Dolci i mass-media non comunicano, appunto perché non c’è scambio. La cosiddetta comunicazione di massa non esiste: c’è comunicazione solo dove esistono le persone, non dove c’è la massa. Una società in cui la comunicazione tra le persone diventa sempre minore, e crescono invece le trasmissioni, vale a dire la azioni di manipolazione, è una società inautentica, nella quale la socialità è bloccata, il pensiero si fa conformista, e su tutto domina l’imperativo del consumo.

Come mai è così difficile oggi in Occidente parlare di religiosità e di Dio?

Non credo che sia difficile parlare di religiosità e di Dio. Al contrario. Basta entrare in una qualsiasi libreria e constatare la quantità di libri di argomento religioso. Ciò che è difficile è parlare di Dio in un certo modo: parlarne, cioè, nel modo tradizionale. Ciò che è difficile, cioè, è essere cattolici. A mio avviso – ma si tratta di una opinione personale, che vi invito a contestare – ciò è dovuto principalmente al fatto che la Chiesa ha perso la sua autorevolezza morale e spirituale dopo il Concordato con il fascismo e l’appoggio successivo ad un partito, come la Democrazia Cristiana, legato alla mafia. A parte pochi, luminosi esempi – don Milani, don Tonino Bello, padre Puglisi, Arturo Paoli… – gli uomini della Chiesa non sono riusciti a fecondare positivamente la società italiana, limitandosi agli anatemi ed alle censure. Faccio un solo esempio: nel ’60 uscì “La dolce vita” di Fellini, forse il più bel film della storia del cinema italiano. “L’Osservatore Romano” ne chiese il sequesto, perché lo considerava immorale; ed un gesuita che aveva scritto una recensione positiva del film fu costretto a non scrivere per due anni e mandato in esilio. La Chiesa si è progressivamente allontanata dalle forze più vive (che no sono molte) presenti nel nostro paese.

Oggi, nella politica indiana, c’è qualcuno o qualche schieramento politico che ha raccolto l’eredità politica di Gandhi nel sociale?

Gandhi spese molte energie per la rinascita dei villaggi. Era convinto che i villaggi fossero la vera spina dorsale nel paese, e che la stessa indipendenza sarabbe stata poca cosa, se non fosse stata seguita da una democrazia centrata sull’autonomia e l’autosufficienza dei villaggi. Mi pare che l’eredità di Gandhi oggi sia in quelle realtà che continuano il suo lavoro nei villaggi. Mi piace ricordare tra le altre l’ASSEFA (http://www.assefaitalia.org), una associazione fondata da un italiano, Giovanni Ermiglia, che si occupa di sostenere anche economicamente i contadini dei villaggi più poveri.

Il Dio-Verità di cui parla Gandhi può essere invocato anche da un ateo? Soddisfa anche un ateo?

No, soprattutto se, come fa Gandhi, si sostiene poi che per giungere a quel Dio-Verità bisogna sottoporsi a pratiche ascetiche, che per l’ateo non hanno molto significato.Vorrei aggiungere però una cosa. Noi siamo abituati a pensare la fede e l’ateismo come due cose inconciliabili, due vie opposte. Le cose non stanno così. In occidente pensiamo Dio come una Persona, e la fede è un rapporto personale. In oriente (ma anche nella filosofia occidentale: si pensi al Deus sive Natura di Spinoza) le cose vanno diversamente. Gandhi stesso concepisce Dio in modo impersonale, vale a dire in un modo che è più facile da accettare per un ateo. Non mancano poi pensatori che hanno sostenuto che per credere in Dio bisogna liberarsi di Dio: da Meister Eckhart (“prego Dio che mi liberi di Dio”, scrive in uno dei suoi sermoni) a Simone Weil (“Dio è colui che, attraverso l’opera della notte oscura, si nasconde per non essere amato come un tesoro dall’avaro”, si legge ne L’ombra e la grazia) a Dietrich Bonhoeffer (“Davanti a Dio e con Dio viviamo senza Dio”, scrive in Resistenza e resa) e Raimon Panikkar, che ha dedicato al tema un libro bellissimo, Il silenzio del Buddha. Ma è un discorso molto lungo, ed anche un po’ difficile.

Qual era l’idea che Gandhi aveva del rapporto uomo-animali?

Tutti gli indiani (tranne i musulmani) credono nel principio dell’ahimsa, vale a dire il rispeto di qualsiasi forma di vita. I problema è come metterlo in pratica. Per Gandhi, occorre avere un po’ di buon senso.  Se un vitello è gravemente malato, e non è posibile curarlo, è violenza ucciderlo? Lui riteneva di no: e fece fare una iniezione letale all’animale, suscitando l’ira dei jainisti, per i quali invece i principio dell’ahimsa va rispetatto in modo rigoroso, senza eccezioni. Sapete che in India la mucca è sacra. Per Gandhi la sacralità della mucca è un valore indiscutibile, ma non c’è nulla di male ad adoperare la pelle delle mucche una volta che sono morte. Così come è lecito allontanare delle scimmie che minacciano di devastare i raccolti, o addirittura uccidere dei cani affetti dalla rabbia. Insomma: rispetto per la vita animale, ma senza fanatismo, e considerando caso per caso.

Perchè Gandhi provava fastidio a farsi chiamare Mahatma?

Nella sua autobiografia scrive che le cose che ha fatto “non valgono molto”, e aggiunge: “e ancor meno stimo perciò il titolo di Mahatma che mi hanno procurato; spesso questo appellativo mi ha profondamente addolorato e no ricordo che mi abbia mai rallegrato”. Tenendo conto di questo, nel mio libro ho evitate di chiamarlo Mahatma, qualche volta chiamandolo piuttosto bapu, che è il modo in cui si firmava. Perché lo addolorava essere chiamato Mahatma? Per una ragione legata alla sua religiosità, credo. Per Gandhi la cosa più importante da fare nella vita è liberarsi dall’io, distruggere completamente l’egoismo. Ora, essere chiamato Mahatma è al contrario qualcosa che esalta l’ego. Se Gandhi se ne rallegrasse, significherebbe che è ancora legato all’ego, e quindi lontano dalla verità.

Qual è l’opinione di Gandhi sulla donna? A noi non è molto chiaro, perchè a volte Gandhi sembra un tradizionalista, altre sembra un innovatore (matrimoni combinati con uomini a volte adulti, intoccabilità).

Gandhi è entrambe le cose: un innovatore ed un tradizionalista. I suoi scritti sono pieni di passi in cui esalta la donna e le virtù femminili, ma si trova anche il contrario: con una frequenza imbarazzante si legge che la nonviolenza è una cosa virile, e che i deboli – coloro che subiscono passivamente la violenza – sono effeminati. Bisogna tener sempre conto della concezione organicistica della società di cui ho detto. Se la società è un grande organismo, ognuno deve occupare il suo posto. Quale è il posto della donna? Per Gandhi è la casa. Le donne non devono lavorare, ma restare in casa ed occuparsi dell’economia domestica. Con questi limiti, Gandhi ha detto peraltro cose abbastanza innovative per l’epoca: le mogli nel contesto domestico no sono inferiori ai mariti, ma sono le loro compagne, e devono essere in grado di discutere con loro di ogni questione; e le bambine devono essere liberate dall’assurdo dei matrimoni infantili. La donna di Gandhi è moglie e madre (senza che possa gestire consapevolmente la sua fertilità: per Gandhi gli anticoncezionali sono immorali), non lavoratrice. Per noi oggi è troppo poco, ma si consideri che una concezione del genere negli anni Quaranta o Cinquanta era diffusissima non solo in Italia, ma anche in un paese economicamente ben più avanzato come gli Stati Uniti.

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