Il problema del senso

In queste prime settimane dell’anno scolastico teniamo le nostre discussioni in classe. Quando l’orario si sarà definito e conosceremo l’esatta disponibilità del laboratorio di informatica le sposteremo su questo blog. Quella che segue è, intanto, una sintesi delle discussioni tenute fino ad ora. Il tema è, grosso modo, quello del senso della vita: anche se, dopo il film dei Monty Python, ho qualche difficoltà ad usare questa espressione.
Siamo partiti dalla lettura di alcune pagine di Henri Laborit. “Il senso della vita. Cioè, che cosa significa? Chiediamolo a una delle mie cellule epatiche, il senso della vita. Eppure anche lei vive, dal momento che io vivo con lei. Temo proprio che non ci risponderà. Chiediamolo agli animali della terra, il mare, l’aria, il senso della vita. Eppure vi partecipano. Ma temo che non ci risponderanno… ” (Elogio della fuga, Mondadori, Milano 1990, p. 129).
Abbiamo distinto due cose: il Senso della Vita ed il senso della vita. Nel primo caso, si tratta del significato di tutto ciò che esiste, non solo della nostra vita, ma della Vita in generale, dell’Universo. E’ il problema espresso da quella che il filosofo Martin Heidegger considerava la domanda metafisica fondamentale: “Perché esiste in generale l’essere e non piuttosto il nulla?” Perché esistiamo noi, esistono gli animali, esistono le stelle?
Per rispondere a questa domanda occorrono due cose. In primo luogo, occorre una chiara conoscenza del significante. Significante è tutto ciò che “incarna” un significato: il semaforo verde è il significante, il significato è che ci è concesso passare. Ora, per conoscere il significato dell’Universo, dovremmo conoscere bene l’Universo stesso, sapere quanto è grande, come è fatto, come si muove, eccetera. Ma noi non abbiamo questa conoscenza. Ciò che sappiamo dell’Universo è molto poco. Siamo nella condizione di chi voglia sapere cosa dice un libro avendo tra le mani soltanto un frammento, contenente non più di dieci parole. La cosa si complica ulteriormente se condideriamo che i nostri sensi sono radicalmente imperfetti, per cui ciò che percepiamo della realtà non è che una delle possibili interpretazioni. In una stanza vediamo venti persone, dei tavoli, due finestre. Se avessimo dei sensi più acuti, noi vedremmo non più persone, ma atomi: un mare di atomi.
La nostra posizione nel cosmo, quindi, non ci consente di conoscere nemmeno il significato: è quasi ridicolo interrogarsi sul significato. C’è però una alternativa. Noi possiamo dire che l’Universo è stato fatto da Dio. In questo modo, anche se il significante ci resta ignoto (un uomo di fede non è tenuto ad essere un fisico), il significato ci è chiaro. Questa via è legittima. Laborit ammonisce però che si tratta di una via non scientifica, e che bisogna fare attenzione a tenere distinta la scienza dalla fede. Ma questo è un problema sul quale dovremo tornare.
Al di fuori della fede, che senso avrà la nostra vita? Il pensiero occidentale ha sempre cercato di legare il significato della nostra vita individuale al significato dell’Universo. I filosofi offrivano una visione rassicurante dell’Universo, assicurando che l’uomo ne è il centro e che tutto è stato creato per lui. Oggi questa visione non è più sostenibile. Sappiamo che la terra gira intorno al sole (anche se una percentuale significativa di americani è convinta del contrario; e forse anche molti italiani la pensano così), che il sole è solo una delle miriadi di stelle della nostra galassia e che la nostra galassia è una delle miriadi di galassie dell’Universo. Che fare? Dobbiamo dire che la nostra vita non ha senso, dal momento che non conosciamo il Senso della Vita? Questa disperazione è solo una delle possibilità. Un’altra è quella di non far dipendere più il significato della nostra vita dal Senso della Vita, dalla conoscenza del significato dell’Universo. Anche senza sapere nulla dell’Universo, possiamo dar senso alla nostra vita amando, educando i nostri figli, impegnandoci politicamente, cercando la bellezza.
Ci siamo interrogati, quindi, proprio sulle possibilità di dare senso alla nostra vita con le nostre scelte. Abbiamo visto che le nostre scelte di vita hanno due dimensioni: l’ampiezza e la trascendenza. L’ampiezza riguarda il numero di soggetti che tocchiamo con le nostre scelte. Al punto zero ci siamo noi stessi; sfere più ampie riguardano le persone che amiamo, la famiglia, la comunità, l’umanità, l’ambiente. La trascendenza è la permanenza degli effetti delle nostre azioni nel tempo. Se faccio qualcosa solo per me, gli effetti finiranno con me. Se pianto un albero, gli effetti della mia azione proseguono nel tempo.
Abbiamo poi visto Teorema di Pasolini: e devo esservi grato dell’attenzione e della partecipazione con cui avete seguito un film certo non facile. Tentando di interpretarlo, anche con l’aiuto di una lettera dello stesso Pasolini a Silvana Mangano, abbiamo concluso quanto segue. L’Ospite misterioso rappresenta l’irrazionale che, come Dioniso nelle Baccanti di Euripide, sconvolge la vita di coloro che lo accolgono. “Sia come apparizione ‘benigna’ che come apparizione ‘maledetta’, la società, fondata sulla ragione e sul buon senso – che sono il contrario di Dioniso, cioè dell’irrazionalità – non lo comprende. Ma è la sua stessa incomprensione di questa irrazionalità che la porta irrazionalmente alla rovina…” (Pasolini, I dialoghi, Editori Riuniti, Roma 1992, p. 521). Dunque questo film parla di una società – la società borghese – che è ammalata di eccessiva razionalità e buon senso. La vita di questa famiglia borghese prima dell’arrivo dell’Ospite era vuota: fondata sul possesso, sulla proprietà, sulla ragione, sulle convenzioni. Era una vita irrazionale proprio in quanto razionale. Il messaggio del film è che accogliendo l’Ospite è possibile scoprire l’irrazionalità della razionalità e la sensatezza dell’irrazionale.
Le diverse “crisi” innescate dalla presenza dell’ospite non ci sono sembrate tutte uguali e tutte fallimentari. Sicuramente fallimentare è la crisi di Odette, che finisce in ospedale per una paralisi isterica. Odette ha tentato di affrontare la nuova situazione creata dalla partenza dell’Ospite con i vecchi mezzi della società borghese: misura i luoghi del giardino frequentati dall’Ospite e riguarda le foto, con le quali ha cercato di imprigionarne l’immagine.
Emilia, la donna si servizio interpretata da Laura Betti, sembra impazzire, e invece diventa una santa, in un ambiente che è il rovesciamento della villa borghese. Siete stati unanimi e, devo dire, piuttosto perspicaci nel cogliere la positività di questo esito. Emilia percorre la via dell’irrazionale e della rinuncia alla propria identità, fino al sacrificio estremo, fino a seppellirsi versando lacrime che non sono di dolore: lacrime che sono una fonte. La fonte del sacro.
Pietro, il figlio maschio, diventa un artista. Un artista particolare: che fa quadri astratti, casuali, rabbiosi. Sulla finestra del suo studio c’è scritto “Abbasso lo Stato” e “Abbasso la Chiesa”. Pietro rinuncia alle istituzioni borghesi, ma anche all’arte come rappresentazione della realtà. L’arte che cerca è irrazionalità. La sua visione dell’artista – “un verme che si contorce e striscia per sopravvivere” – può trarre in inganno. La sua sembra una sconfitta. In realtà, invece, Pietro si salva proprio perché diventa un verme, cioè un artista. Anche lui segue fino in fondo la via dell’abbandono della individualità borghese e dell’irrazionale.
Giudicare la scelta della moglie è più difficile. La donna si abbandona a rapporti sessuali occasionali con ragazzi raccolti per strada, che in qualche modo assomigliano all’Ospite. E’ forte la tentazione di dare un giudizio moralistico. Può essere che in questo modo la moglie cerchi di possedere l’Ospite che è partito: se così fosse non sarebbe molto diversa da Odette. Ma così facendo la moglie abbandona anche definitivamente la sua identità di donna fedele e rispettabile. La sua scelta non è meno coraggiosa di quella di Pietro e di Emilia. Anche lei segue fino in fondo, forse, la via dell’irrazionale.
Infine, il Padre. E’ l’unico a raggiungere, alla fine del film, quel deserto che compare più volte, come un monito o una meta, nel corso del film. Lo raggiunge dopo essersi spogliato alla stazione di Milano. Cosa vuol dire questa spoliazione? Ci ricorda senz’altro quella di San Francesco. Spogliarsi, senza temere lo scherno degli altri, vuol dire deporre senza residui la propria identità e rinunciare al riconoscimento degli altri; soprattutto, vuol dire accettare fino in fondo la propria nudità. Il grido del Padre, con cui finisce il film, sembra apparentemente indicare fallimento e disperazione: il Padre, l’Uomo Borghese – rappresentante degli Infelici Molti di cui parla Elsa Morante, citata da Pasolini nella sua lettera a Silvana Mangano – si perde nel deserto, simbolo del nulla. Solo del nulla? Noi abbiamo visto nel deserto anche il simbolo della libertà. Spogliatosi della proprie identità borghese, il Padre attinge la libertà. Il suo è un urlo di liberazione.
Il film, insomma, ci ha comunicato due messaggi. Il primo è che una società che cerca il senso della vita nella ragione, nel buon senso, nella prevedibilità, nel possesso, nella proprietà è una società che diventa irrazionale – e violenta – per eccesso di ragione. Il secondo è che esistono almeno tre vie per accettare l’Ospite, l’Altro: il sacro, l’arte e (forse) l’eros. Continueremo le nostre discussioni, credo, analizzando queste vie. Cominceremo dal sacro.

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Un pensiero su “Il problema del senso

  1. Dio è una risposta?! Per centinaia di anni gli uomini sono stati in balia delle suggestioni e dell’irrazionale: troppo ampia la volta del cielo, troppo necessitante il corso della storia nella sua processualità, l’unica via da seguire per uomini che ancora non avevano affinato gli strumenti della scienza era quella del rifugio nell’idea di Dio. Una tale passione e un tale amore son stati riversati in quell’idea, da configurare il rapporto uomo-Dio come un flusso bidirezionale: noi abbiamo creato Lui, e Lui ha davvero creato noi, garantendoci una posizione di forza dinanzi al rischio di morte insito in natura. Una forza fatta di cultura, di filosofia, di zelo di conoscenza. Una forza che ci ha fatto modificare il volto stesso del pianeta e della nostra esistenza su questo, che ci ha indotto infine ad annunciare la morte di Dio e la nascita del Superuomo. Le suggestioni che in principio ci hanno irretiti sono state squarciate, Dio fu soppiantato dalla razionalità di scopo, che divenne principio guida delle nostre azioni. Anzi divenne ispiratrice della nostra avanzata, perchè da quel momento non accettammo più nessuno a illuminarci il cammino, il materialismo esasperato delle cause e degli effetti distrusse ogni dottrina della destinazione. Il transito dall’irrazionalismo al razionalismo, variamente dipinto dalla letteratura filosofica e sociologica dell’ultimo secolo, è divenuto ciò da cui non si può prescindere. A maggior ragione oggi, che le certezze partorite dalla modernità vacillano, concedendo terreno al risorgere di forme molteplici d’irrazionalismo, di divismo, quando non di fatalismo dalle tinte apocalittiche.

    Se il senso di angoscia (mi passi quest’espressione in luogo di senso della vita) collettiva è stato temporaneamente mitigato, il senso di angoscia individuale non lo è mai stato, e questo mi spingerebbe a credere che nell’eterno scontro logico tra l’uomo-filosofo e Dio, sia quest’ultimo a spuntarla e a porsi in definitiva come unico, autentico a-priori.

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