Due tesi sul bene e sul male

Cosa è bene e cosa è male? Fare il bene fa stare bene? Si può essere buoni ed essere felici? Non so se vi è capitato di porvi queste domande. Sono domande alle quali non è possibile sottrarsi, prima o poi, poiché la nostra vita, a differenza di quella degli animali, si svolge nella sfera del possibile: molte sono le azioni che possiamo compiere, ma non tutte, evidentemente, hanno lo stesso valore. I filosofi se le sono poste ed hanno dato ad esse, nel corso dei secoli, risposte molto diverse. Platone ha affrontato il problema in uno dei suoi dialoghi più belli, il Gorgia. Nel dialogo vengono presentate due visioni diverse, anzi opposte della morale. La prima è difesa e insegnata da Socrate, che come sapete è il protagonista di molti dialoghi platonici. La seconda è attribuita a Callicle, un filosofo sofista.

Ecco le due tesi:

Socrate: E’ bene essere giusti, è male essere ingiusti. E’ meglio subire ingiustizia che farla. Essere ingiusti è il male più grande. “Chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e l’ingiusto e malvagio è infelice” (470 C).

Callicle: E’ bene far crescere il più possibile i propri desideri e fare tutto ciò che si vuole (428 E), senza alcun rispetto della giustizia e delle leggi. Le leggi infatti sono state create dai deboli, da coloro che non possono permettersi di realizzare i propri desideri, per porre dei limiti ai forti. L’uguaglianza è una cosa da deboli, un tentativo di incatenare gli uomini come si fa con i leoni (483 E).

Vi chiedo ora non solo di prendere posizione a favore della tesi di Socrate o di Callicle, ma anche, e soprattutto, di difenderle con nuovi argomenti. Naturalmente potete anche rifiutarle entrambe e presentare una terza tesi. Purché sia argomentata.

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67 pensieri su “Due tesi sul bene e sul male

  1. utente anonimo

    Fra Socrate e Callicle vi trovo una sostanziale differenza. Il primo attribuisce alla legge una valenza morale. Parla di buono, onesto, felicità, malvagità ed infelicità tutti temi che chiamano in causa la coscienza. Invece, Callicle divide la società in due classi: i forti e i deboli. Visto che i forti riescono sempre a vincere, quindi a realizzare i propri desideri, i deboli hanno creato le leggi per sopperire questa disparità. In Callicle vedo più una strumentalizzazione della legge.

    Allora mi domando quali sono le azioni giuste, degne di valore, e quelle ingiuste? Onesto e buono sono le uniche caratteristiche per definire un uomo giusto? Colui che è giusto è il saggio? Cos’è il valore di un’azione?

    Non sono un insegnante ma mi permetto di sintetizzare il pensiero di Gustav Radbruch uno dei massimi esponenti contemporanei della filosofia del diritto. Questo tizio dice che il diritto è un fenomeno di cultura, che sta a mezzo tra il valore e il fatto; ma i valori non sono verificabili con i mezzi della esperienza né dimostrabili per via razionale. Quindi la giustizia, in quanto valore, può determinare solo la forma del diritto e non il suo contenuto; questo perciò non ha carattere universale, ma dipende dalle varie dottrine giuridico- filosofiche che lo propongono.

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  2. Non è Callicle a strumentalizzare la legge. Sono i deboli, dal punti di vista di Callicle, a strumentalizzarla. L’uomo ideale di Callicle è oltre la legge.

    Il discorso sul relativismo giuridico è interessante (penso che Ludò avrebbe molto da dirci), ma ci porterebbe lontano dal nostro tema, che è più etico che giuridico.

    Sabato il laboratorio di informatica era chiuso, e la discussione si è svolta in classe. Callicle, ahimé, ha nettamente sconfitto Socrate. Sabato prossimo, laboratorio permettendo, ne discutiamo qui.

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  3. utente anonimo

    io penso che,vivendo nel mondo di oggi,sia giusto pensare che far del bene,si,fa star bene,ma deve essere una cosa corrisposta.quindi penso che non è,farsi trattar male,che si ottiene la felicità.post 11

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  4. utente anonimo

    le persone malvage se fanno il male vuol dire che x loro quello che fanno in reltà è il bene e facendolo sono felici, vi domando…..Ma ora x noi cosa è bene e cosa è male,e cosa itendiamo per “essere felici”? 9

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  5. utente anonimo

    prima di tutto bisogna sapere qual’è il giusto è qual’è sbagliato? noi non siamo d’accordo sulla tesi di socrate il quale dice che “è meglio subire un ingiustizia che farla” perchè nn è giusto subire un torto senza reagire….

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  6. utente anonimo

    cosa ?ma siete impazziti?cm avete potuto sostenere le idee di un uomo così superficiale?nn vogliamo interferire cn le vostre idee ma crediamo”naty e agata” che sia proprio questo che ci renda diversi dagli animali :::::_::::: o ci sbagliamo?!il rispetto delle leggi è fondamentale x una società altrimenti che mondo sarebbe ?e poi non ci riteniamo affatto deboli ma piuttosto ci rendiamo conto che sl in questo modo xsone diverse possono trovare punti d’incontro .lo so che essendo ragazzi tendete a trasgredire le leggi ma se ci pensate bene il divertimento sta proprio li.

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  7. utente anonimo

    Non sempre le leggi meritano di essere rispetatte. Alcuni dei primi cristiani, ad esempio, non rispettavano le leggi sull’obbligo del servizio militare. Per loro il Vangelo veniva prima della legge. Tutti gli obiettori di coscienza ritengono che la propria coscienza venga prima della legge. a.v.

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  8. utente anonimo

    Per quanto riguarda il bene,l’uomo anche se sa cos’è e cerca in tutti i modi di metterlo in atto,nella vita capitano determinate situazioni in cui l’uomo non si rende neanche conto che in quei precisi istanti sta commettendo del male.Quindi siccome sono due aspetti esistenti nella natura dell’uomo è impossibile non fare del m ale.

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  9. utente anonimo

    Noi pensiamo che si è felici per quello che si ha, per quello che si fa ogni giorno, ma soprattutto per quello che si è, poichè una persona essendo soddisfatta, e quindi felice, può vivere una vita migliore, prima verso se stesso e poi verso gli altri.

    Post-6

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  10. utente anonimo

    Per post. 6: Se si è felici per quello che si è, ha ragione Socrate: perché compiendo ingiustizia io divento peggiore, e quindi distruggo la mia felicità. a.v.

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  11. utente anonimo

    ci scusi la franchezza, preoccupante prof,x i cristiani le leggi d Dio valgono più d qualsiasi alra legge , e poi anche se diverse sn e rimarranno sempre leggi.naty e agata

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  12. utente anonimo

    E’ quello che ho detto io, mi sembra. Ed anche quello che dice Callicle, un po’ diversamente. I cristiani dicono che la legge di Dio vale più di quelal degli uomini, e quindi quest’ultima si può violare. Callicle dice che la legge di natura, che attribuisce ogni diritto al più forte, vale più di quella positiva, e che quindi quest’ultima si può violare. a.v.

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  13. utente anonimo

    sono pienamente daccordo con sara e luciano,in arte,ESTRANEO2.,che é impossibile non fare del male,perche se ci pensiamo facciamo del male nella vita quotidiana,in qualsiasi cosa si dica o si faccia…io,l estranea,concordo pienamente e dico ke è meglio pensarci prima di agire,cosa ke qualcuno nn fa…..risp MARY NENE VALE

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  14. utente anonimo

    a mio parere le idee di socrate sono sbagliate. Quante persone nella loro vita fanno tanto bene senza essere felici,a mio parere ognuno dovrebbe poter vivere come vuole senza dover rispettere le leggi…ognuno dovrebbe poter essere libero di fare cio’ che ritiene più giusto rispettando sempre gli altri, naturalmente, e poi diciamo la verita la legge al mondo d’oggi punisce solo i ragazzini che si vogliono divertire ma quando poi si tratta di punire un omicida o cmq chi commette reati gravi trova sempre una via di uscita.

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  15. utente anonimo

    Ahy, prof, ho fatto tardi!

    Volevo sentirvi discutere.Provo cmq a rispondere all’animino delle 11:55, che dice che molti fanno il bene senza essere felici, e dunque la tesi di Socrate risulterebbe sbagliata.

    IO credo che questo dipenda da cosa s’intende per felicità.Prof, cosa intende Socrate, in questo caso, per felicità?Socrate e Callicle parlano della stessa cosa, quando parlano di felicità?

    Fare il bene al fine di essere felici-nel senso di realizzare i propri desideri-non mi sembra nè giusto nè possibile.

    Non giusto, perchè il bene è un valore in sè, che compiamo perchè la nostra legge morale, il nostro sentimento di giustizia e la nostra umanità ce lo comandano:anche se questo dovesse renderci infelici, perchè sentiamo che c’è qualcosa di più importante dei nostri desideri.

    Non possibile perchè almeno la mia esperienza mi insegna che i giusti perdono molto più spesso di quanto non vincano: e tuttavia preferiscono essere giusti.La scelta del bene secondo me deve essere compiuta con molta lucidità e disincanto.Chi vuole agire davvero secondo giustizia, deve farlo senza illudersi che questo lo porti alla felicità, ma sapendo che a volte i nostri sogni saranno più difficilmente realizzabili:e in questo sta il valore etico della scelta.Saremmo tutti giusti, se questo portasse necessariamente alla felicità.

    Però, se d’altra parte un uomo giusto prova a violare la legge morale che è dentro di lui, andrà incontro a dei tormenti morali terribili, al senso di colpa, alla disistima di sé.Come accade a Raskolnikov in Delitto e castigo.Allora, se un uomo identifica la felicità con la quiete della propria coscienza,con la serenità intima che provano i giusti(dice questo Socrate, prof?)allora la tesi di Socrate si rivela giusta.

    Purtroppo, però, chi non possiede la legge morale, può tranquillamente agire anche nel modo più meschino, e non provare alcuna sofferenza morale.E’ chiaro che il problema della felicità, di cui parla Socrate, è un problema solo dei giusti.Allora, secondo voi, converrebbe nascere cattivi?Questo permetterebbe una grande libertà.E poi:fece bene Socrate, alla fine, a bere la cicuta, per rispettare le leggi dello Stato?

    Ludò

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  16. utente anonimo

    noi pensiamo che la verità stia nel mezzo…perchè si è vero che bisogna comportarsi bene ma oggi facendo qst non sempre csi tova bene perchè ogniuno fa cio che più è conveniente per loro…. anche si danneggia l’altro ,quindi non vedo fino a che punto sia giusto in una società cm qst comportarsi bene!!!

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  17. utente anonimo

    Vediamo le questioni una alla volta. Siete d’accordo che la morale non ha nulal a che vedere con la felicità? Che bisogna fare il proprio dovere anche se ciò rende infelici? a.v.

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  18. utente anonimo

    comunque perchè credere che il male sia tutto nero?ci sono sfumature…io personalmente sono più predisposto a compiere del male perchè non sempre l’uomo corretto che agisce nel bene fa del bene.Post 8

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  19. utente anonimo

    giusto CAMPIONe.. se non siamo felici e non c comportimo bene prima d tutto nei notri confronti,non potremmo mai farlo cn gli altri…sarà un ragionamento egoista ma in questa società dove tutti ti mettono i piedi in testa è così… By post.12

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  20. Post. 12: Ecco un’altra questione importante. E’ possibile fare del bene agli altri senza farlo prima a se stessi? E’ possibile prendersi cura degli altri senza avere cura di sé? E’ possibile fare in modo che gli altri siano felici se non si è felici? a.v.

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  21. utente anonimo

    Carissimo professor perfetto,che oggi ha sbagliato a scrivere nulla,noi siamo d’accordo che dobbiamo andare avanti e far bene altrimenti nn avremmo la forza di continuare se pensiamo di fare male…post 3

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  22. utente anonimo

    Se qualcuno sente parlare del male, subito si scandalizza e dice di essere schierata dalla parte del bene quando invece, ogni individuo si trova nel mezzo e non è mai di parte, altrimenti saremmo tutti santi.Post 8

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  23. utente anonimo

    no prof. secondo noi non è possibile.. non possiamo pretendere di aiutare qlkn se poi noi,non stiamo bene! non si può pensare di poter fare qlks di utile o d buono x gli altri.. se si sta male e non si riesce ad essere felici tutto diventa negativo e cn pensieri negativi non si può fare del bene… post 12

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  24. Post. 8: In ognuno di noi ci sono le radici del bene e del male. Questo vuol dire che nessuno può aspirare alla perfezione morale (ad essere quella che in filosofia si chiama “anima bella”); che nessuno può considerarsi del tutto alieno dal male; e che forse, infine, non abbiamo diritto di giudicare.

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  25. Post. 12: Se allora le cose stanno così, la felicità – o almeno il fatto di essere sereni e star bene con se stessi – è un presupposto per una vita morale. E quindi il fatto che si possa essere morali e infelici non sussiste. Dite che c’è ancora da ragionare su questo, o lasciamo le obiezioni a Ludò? a.v.

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  26. utente anonimo

    caro matteo noi della postazione 2 siamo perfettamente d’accordo con te infatti le persone che parlano del bene e dicono di pensare prima di agire sono le prime a fare del male e a giudicare.

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  27. utente anonimo

    Per il prof:discorsi al quanto elevati ma corretti per metà. Nel crescere si apprende la via da intraprendere e si può diventare di parte ma bisogna comunque avere una certa coscenza e un certo grado di maturità.

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  28. utente anonimo

    io penso che il comportamento coretto e quello sbagliato dipendano solo dal singolo individuo… ognuno di noi ha una propia idea del bene e del male e quindi si comporta di conseguenza.. quindi ognuno segue la propia morale….che per qlkn può essere correttoe per altri sbagliato!!!

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  29. utente anonimo

    Sn Antonella,pensavo che questo spazio era solo dedicato ad esprimere le proprie idee e non a fare riferimenti stupidi e molto infantili…mi sento di dire questo senza abbassarmi al livello di nessuno…

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  30. utente anonimo

    Con la frase”si può diventare di parte”intendo dire che si può decidere se schierarsi dalla parte del bene o dalla parte del male, ma come dicevo prima, bisogna avere una certa conoscenza del mondo e un certo grado di maturità per scegliere con quale dei due punti schierarsi.

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  31. utente anonimo

    no prof e renzullo secondo noi post 5 non è così anzi è l’esatto contrario. noi siamo convinte che proprio chi nn sta bene cn se stesso può aiutare gli altri in quanto potrà dare consigli nn potendosi consigliare invece chi sta bene cn se stesso nn potrà mai darti dei consigli xchè sarà troppo occupato a rincorrere la propria felicità piuttosto che quella altrui.a voi la parola.

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  32. Non sono così sicuro che ognuno di noi abbia una propria morale. Non siamo esseri culturali – in passato una scuola antropologica sosteneva che noi siamo totalmente plasmati dalla cultura di appartenenza. Ci sono comportamente – l’incesto, ad esempio – che non assumeremo mai, perché sono per noi tabù. Ci sono cose che, appartenenti ad altre culture, ci ripugnano profondamente, come l’infibulazione. Naturalmente non voglio dire che tutti abbiamo idee assolutamente identiche sul bene e sul male; ma certo siamo profondamente condizionati dalla cultura di appartenenza. Inoltre tutti gli uomini, qualunque sia la cultura di appartenenza, sanno che esistono bene e male e che bisogna seguire il primo ed evitare il secondo. a.v.

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  33. utente anonimo

    ..si avete ragione prof,tutti disprezzano il male nella nostra società, eppure tutti fanno del male che nell’ultimo anno nn ha fatto che aumentare… cm me lo spiega qst prof? post.12

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  34. Per post. 5: Quando parlo di non star bene con se stessi non voglio riferirmi a chi si trova in situazioni difficili. Si può essere in condizioni estreme, ed essere sereni o addirittura felici. La storia della filosofia ci ha consegnato figure di filosofi che riuscivano ad essere sereni anche nei peggiori tormenti – certi Stoici, ad esempio. Non star bene con se stessi vuol dire, per me, essere pieni di rabbia, di sfiducia, di sentimenti negativi che inevitabilmente, a mio avviso, riversiamo nei nostri rapporti con gli altri. a.v.

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  35. utente anonimo

    antonella prima di accusare qualcuno di basso livello ti conviene sapere quali sono le sue motivazioni che lo spingono a parlare in questo modo e poi non volendo dire a chi ti riferisci stai insultando tutta la classe di essere di livelli bassi

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  36. Pos. 12: Come fai a dire che il male è aumentato? Hanno ammazzato una ragazza. E’ una cosa orribile, certo. Ma Manfredonia ha sessantamila abitanti. Quanti atti di gentilezza vengono compiuti quotidianamente in questa città di sessantamila abitanti? Quanti ragazzi si amano? Quante madri accarezzano i figli? Quanti volontari aiutano persone in difficoltà? Devo continuare? a.v.

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  37. utente anonimo

    Ciao ai miei virtuali compagnucci di scuola.Sono d’accordo con voi, quando dite che anche chi soffre può fare del bene.Prof, tu parli di serenità.Ma allora cambiamo la frase e diciamo:anche chi è sfiduciato e inquieto fa spesso del bene, magari senza accorgersene.Perchè fa sentire agli altri il suo calore, la sua intimissima comprensione, empatia, affetto, e dà l’appoggio della sua intelligenza.Io quando sto male raramente cerco l’aiuto degli amici più sereni.Il loro essere così imperturbabili me li fa apparire distanti.Non so nemmeno se potrebbero capirmi e farmi sentire meno sola.Non cerco tanto la serenità,e in fondo non credo che si possa vivere schivando il dolore; ma non fa niente.

    Non sono la sicurezza o la serenità degli altri, che fanno stare bene:ma la loro intelligenza, il loro amore,il loro calore umano.Anche, anzi sopratutto, la loro bellissima intelligenza inquieta e viva e la loro capacità di trasmettere affetto. Questo secondo me occorre per fare il bene.In fondo a tutto, ciò che alla fine tutti vorremmo e che ci fa sentire al sicuro, è sentirci amati da chi ci sembra speciale.

    Ludò

    (ciao Agata, ciao Naty 🙂

    .

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  38. Che essere giusti sia bene ed essere ingiusti sia male non suona tautologico? Nulla dice Socrate sul significato del Bene, la cui conoscenza, tuttavia, ritiene più che sufficiente a guidare il retto agire dell’uomo. Per questo, mi sembra gli si addica perfettamente il paradosso che ne segna la morte. Socrate decide, infatti, di soggiacere alle leggi della polis perché egli sa che è giusto obbedirvi, ma è tanto vuoto questo assunto che finisce per ridursi nell’ingiusta morte di un innocente. Sì, fare il bene può dare la felicità, anche a fronte di un materiale disagio, quando la si intenda come la soddisfazione che deriva dalla consapevolezza d’aver agito correttamente, per questo è tanto importante saper individuare i valori di riferimento.

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  39. Per Callicle, la condotta di vita va tracciata a seconda dei desideri di ognuno. Quando s’afferma il relativismo, solo l’individuo è misura di se stesso e del mondo. Ne deriva che non c’è ragione per cui il forte non faccia valere tale sua qualità a scapito del debole. Callicle e’ dissacrante nei confronti del dogma dell’uguaglianza che, per lui, non si riduce ad altro che a un limite infondato che trova la sua base in leggi poste da coloro che non sono capaci di raggiungere con le proprie capacità l’agognata felicità. Mi sembra un ritratto iniquo, perché è vero che le leggi mirano a tutelare le posizioni dei deboli, ma lo è altrettanto il fatto che spesso esse vengono strumentalizzate dai potenti per imporre lo status quo a loro più conveniente. A ogni modo, è un brano molto attuale e ci fornisce, tra gli altri, lo spunto per riflettere sul contenuto dell’Uguaglianza, che non deve trasformarsi nella coesione dei “simili”, con la discriminazione dei “diversi”, ma nella considerazione degli interessi sia delle maggioranze che delle minoranze, nella ricerca costante e “flessibile” di un loro bilanciamento alla luce di valori comuni.

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  40. Ho parlato nei due post precedenti di “valori”, vorrei concludere cercando di dare un senso a questa parola ( e mi scuso per il carattere logorroico delle mie argomentazioni!). Non penso che si possa cristallizzare i valori in una visione statica, cambiano le contingenze e cambiano anch’essi, ma forse si può individuare un nocciolo duro. Tale nocciolo pone un freno al relativismo assoluto e permette il bilanciamento che dicevo. Diritto alla vita, diritto alla libertà, diritto alla salute e, come questi, altri, si caratterizzano per l’attenzione nei confronti della dignità umana. Ora, io non saprei darne una definizione precisa, ma dovessi rispondere alla domanda “che cos’è etico, che cos’è bene”, certamente parlerei del rispetto di tale dignità. Dove cercare tale difficile definizione? Nell’Uomo stesso. Felicità diventa esplicare tale essenza umana, singolarmente o in comunine con gli altri, in tutte le sue potenzialità, senza ledere la dignità propria, né quella del prossimo.

    Grazie per l’attenzione.

    Ciao a tutti

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  41. Per Ludò: Forse nella nostra discussione abbiamo fatto – anzi, ho fatto – l’errore di considerare le persone un po’ in astratto, come se la cura di sé e l’apertura all’altro si possano nettamente distinguere. In realtà, quello che siamo dipende dai contesti in cui siamo, spesso. Io posso sentirmi infelice a casa, da solo, e stare bene a scuola, con i miei alunni: e trasmettere positività. Al contrario, potrei sentirmi invaso quando sono con gli altri, ed essere sereno quando sono da solo; e stando da solo potrei scrivere, magari, cose belle, che daranno serenità o verità o bellezza a coloro che le leggeranno. Ammetterai anche tu, però, che al di là del sentire c’è l’essere; c’è, cioè, un punto oltre il quale le nostre sensazioni di fastidio o di malinconia non sono più sporadiche o legate a certi momenti o a certi ambienti o a certe relazioni, ma coprono tutto l’arco della nostra vita. Io posso odiarmi quando sono da solo – perché nella mia solitudine non riesco a trovare né saggezza, né bellezza, né verità – e quando sono in compagnia, perché mi pare di sbagliare tutte le battute, di non capire gli altri, e di non essere compreso dagli altri. In questo caso, penso che la nostra capacità di fare il bene sia fortemente colpita, perché non siamo più agenti, ma pazienti morali; siamo nella situazione di chi deve ricevere, più che di dare. a.v.

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  42. Per Noesis:

    1) Socrate non si limita a dire che essere giusti è bene e che essere ingiusti è male, ma che subire ingiustizia è meglio che farla. Questa conclusione non è scontata, perché anche subire ingiustizia senza reagire può essere un fare ingiustizia a se stessi: cosa che hanno ben visto i miei alunni, a dire il vero più nella discussione in aula che in quella fatta qui. Complicazioni simili comporta, mi sembra, l’evangelico porgere l’altra guancia: se permetto all’altro di colpirmi una seconda volta, io faccio in modo che lui continui a fare del male; ma dal momento che fare del male porta alla perdizione, con la mia non-resistenza al male gli faccio del male. A meno che la non-resistenza al male non sia vista come via per la conversione dell’aggressore.

    Sono d’accordo con te nel giudizio su Socrate. Credo che fare di lui un anticipatore dell’obiezione di coscienza – interpretazione non infrequente – sia un grave fraintendimento. Socrate è per l’obbedienza assoluta: insensata.

    2) La “soddisfazione che deriva dalla consapevolezza d’aver agito correttamente” è un elemento importante della nostra vita morale, ma è molto lontana dalla felicità. In genere, la vita morale si può interpretare come rapporto dell’uomo con la Legge (o il Dovere) o come rapporto dell’uomo con l’Altro. Nel caso della soddisfazione per il dovere compiuto, sembra che ci siano solo l’uomo e la Legge, e che il primo tragga soddisfazione dall’adesione alla seconda. Io credo invece che l’altro sia presente anche quando sembra che siamo soli di fronte alla Legge. Faccio un esempio. Vado al supermercato e pago molto meno di quel che dovrei pagare. All’uscita controllo lo scontrino, verifico l’errore e rientro per segnalarlo alla cassiera. Quindi le dico sorridendo: “Non è previsto un premio onesta?”. Quindi le pago la differenza e me ne vado con un certo sorriso sulle labbra. A cosa è dovuto questo sorriso? Al fatto che ho fatto il mio Dovere, o non piuttosto al fatto che ho compiuto un gesto che mi ha fatto conquistare l’approvazione dell’altro? Dirai che l’altro non c’è sempre, che in certi casi siamo davvero soli davanti al Dovere. Non così. L’altro c’è sempre, o, per dirla alla Gentile, societas in interiore homine.

    3) Il relativismo ha in sé, in effetti, un certo pericolo di violenza: se non esiste il Giusto, è giusto quello che mi pare, e dunque anche ucciderti o derubarti. Ma c’è anche un limite a questa violenza. Se non c’è il Giusto, il mio diritto di ucciderti non è un vero diritto; è semplice forza; cessata la forza, non resta nulla delle mie pretese sulla tua vita o sui tuoi beni: ed io lo so fin dall’inizio. Diversa è la situazione quando la violenza è fatta in nome del Giusto assoluto, quando crediamo di avere dalla nostra la Legge della natura, la Legge della storia, la Legge di Dio . Allora non c’è spazio possibile per ascoltare la voce di chi è al di fuori della nostra Legge, mentre nel caso del relativismo tutte le voci hanno lo stesso valore della mia voce. Tu stessa fai notare, ed a ragione, che le leggi spesso “vengono strumentalizzate dai potenti per imporre lo status quo a loro più conveniente”

    4) Parlare di essenza umana è tutt’altro che semplice. In che consiste questa essenza? Il filosofo ti dirà che consiste nell’esercizio della ragione o, aristotelicamente, nella contemplazione del cielo. Il prete ti dirà che consiste nel fare il volere di Dio. Il libertino ti dirà che consiste nel fare l’amore. L’agricoltore ti dirà che senza terra non c’è uomo. E così via.

    Io penso che tutta la vita – non solo quella umana – sia sacra. Cerco di seguire il principio del “rispetto per la vita” di Albert Schweitzer. Sono anche consapevole, però, che nopn c’è alcun modo per dimostrare il valore della vita di una mosca o anche di un essere umano. a.v.

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  43. Star bene per far del bene e far del bene per star bene. Ho frequentato per un breve periodo delle riunioni buddhiste (Soka Gakkai) e, per quanto la mia conoscenza di tale filosofia/religione sia esigua, un concetto mi è rimasto impresso: innanzitutto è importante lavorare su se stessi, prendere contatto con la propria “buddhità”, cioè migliorare la condizione interiore. E’ come il giro di chiavi che mette in moto il motore. A questo punto ci si può rivolgere verso l’esterno, interrelazionarsi con gli altri e questa stessa interrelazione contibuisce a carburare il nostro motore. Non è un do ut des di convenienza, ma una proficua complementarietà.

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  44. utente anonimo

    Si caro prof, hai perfettamente ragione:non bisogna perdere di vista il punto principale:chi soffre è, in una relazione interpersonale, colui che deve ricevere.Come darti torto?Però tu distingui l’essere dal sentire, e poi dici che chi è inquieto può, nei momenti di benessere, fare del bene.Cioè vuoi pur sempre mettere il benessere a presupposto del fare il bene.Ora, se si parla del fare il bene come dovere di agire per aiutare il prossimo, ti do ancora ragione.Ma esiste un altro tipo di bene.Mi metto nei panni del soggetto che prova una sofferenza morale radicata nell’essere, presente sempre.Deve, questo soggetto, sentirsi inutile?Deve relazionarsi col prossimo solo come colui che è bisognoso di aiuto?Se sono Garcìa Lorca, oppure Chopin e mi tormento l’anima incessantemente e ritengo, come tu dici, che solo lo star bene con se stessi possa permettere di fare il bene, mi trovo a questo bivio:o io sono un soggetto passivo dell’azione morale, e vengo fatto oggetto solo di un dare, di cure, di aiuto-e allora finisco per sentirmi umiliato e posto in una relazione non paritaria con il prossimo, in cuile mie qualità sono mortificate;oppure mi si chiede aiuto, mi si indica il bene che faccio(che farei), mi si descrive come un soggetto attivo dell’azione morle:e allora io non mi sento capito, temo che la mia sofferenza non sia riconosciuta:perchè mi si attribuisce una carattereistica-quella di essere d’aiuto-che io associo necessariamente al benessere interiore.O mi sentirò sminuito, o non compreso.E questo perchè?Perchè ho presupposto che solo chi sta bene possa fare il bene.E’ il presupposto che è sbagliato, quindi.Allora la tua osservazione resta prioritaria:è giusto che a chi sta male si dia, e non si chieda.Ma secondo me si risolve inquesto:chi soffre non ha il DOVERE dell’azione morale, ma il suo esserci può essere per gli altri un bene immenso.La sofferenza porterà(forse)più facilmente a sbagliare, dimenticare, fare male, ma non gli toglie le sue qualità umane.E per gli altri ricevere il bene non è necessariamente ricevere comprensione paziente, ascolto, opere di bene, sorrisi:ma magari ascoltare una musica tormentata e trovarvi dentro il cuore della vita.

    Ludò

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