Emile Durkheim, Il concetto di anomia

In questo passo non facilissimo de Il suicidio (1897), sua opera fondamentale e testo tra i più importanti della storia della sociologia, Emile Durkheim presenta il concetto di anomia, in base al quale, escluse altre cause ed altri fattori, interpreta il fenomeno dell’elevato numero di suicidi nelle società contemporanee. Il suicidio è l’esito di uno sbandamento generale, dovuto al fatto che la società, in epoche di transizione e di grandi cambiamenti, non è più in grado di offrire una regola normativa; in questo modo i bisogni ed i desideri, non frenati più dalla società, crescono in modo folle, senza che sia mai possibile soddisfarli. Di qui uno stato di inquietudine costante, che conduce spesso alla decisione estrema di togliersi la vita.

E’ caratteristica dell’uomo essere soggetto a un freno non fisico, ma morale, cioè sociale. Egli non riceve la sua legge da un ambiente materale che s’impone brutalmente, ma da una coscienza superiore alla sua e di cui sente la superiorità. Proprio perché la maggiore e migliore parte della sua vita trascende il corpo, egli sfugge al giogo del corpo per subire quello della società.
Senonché, quando la società è scossa, sia per una crisi dolorosa che per improvvise, sebbene felici, trasformazioni, essa è provvisoriamente incapace di esercitare questa azione. Da qui provengono quelle repentine ascese della curva dei suicidi di cui abbiamo già stabilito l’esistenza.
Nei casi di disastri economici si verifica infatti un declassamento che spinge certi individui in una situazione inferiore a quella occupata fino allora. Essi debbono così diminuire le proprie esigenze, restringere i bisogni, imparare a contenersi di più. Per quanto li concerne tutti i frutti dell’azione sociale vanno perduti e la loro educazione morale è da rifare. Ora, non è che la società possa piegarli in un attimo a questa nuova vita e subito insegnare a esercitare su se stessi un sovrappiù di costrizioni cui non sono avvezzi. Ne consegue per loro una inidoneità alla condizione sopravvenuta di cui la semplice prospettiva è per essi quasi intollerabile. Da qui le sofferenze che li distaccano da una vita diminuita prima ancora che ne abbiano fatto l’esperienza.
Né diversamente accade quando la crisi ha per origine un improvviso accrescimento di potenza e di fortuna. Anche in questo caso, mutate le condizioni di vita, la scala su cui si regolavano i bisogni non può restare la stessa, ma deve variare con le risorse sociali, perché possa determinare grosso modo la parte destinata ad ogni categoria di produttori. La graduazione ne è rimasta sconvolta e non se ne può improvvisare un’altra seduta stante. Ci vuole un certo tempo perché uomini e cose siano nuovamente classificati per la coscienza pubblica. Finché le forze sociali, così liberate, non ritrovino l’equilibrio, il loro valore rispettivo rimane indeterminato e, quindi, per un certo tempo, viene a difettare ogni disciplina. Non si sa più ciò che è possibile e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non è giusto, quali sono le rivendicazioni e le speranze legittime, quali quelle che vanno oltre la misura. Per poco profondo che sia, questo sconvolgimento raggiunge anche i principi che presiedono alla ripartizione dei cittadini nei vari impieghi, perché come i rapporti tra le diverse parti della società ne sono necessariamente modificati, anche le idee che esprimono quei rapporti non possono rimanere le stesse. Quella classe che la crisi ha favorita in modo speciale non è più disposta alla rassegnazione e, di rimando, lo spettacolo della sua maggior fortuna le suscita attorno e dal basso ogni sorta di cupidigia. Così, non contenuti da un’opinione disorientata, gli appetiti non sanno più quali siano i limiti da non superare. D’altra parte, proprio perché più intensa è la vitalità generale, essi sono in uno stato di naturale eretismo: con l’accrescersi della prosperità, i desideri si sono esaltati. L’offerta di più ricca preda li stimola, li fa più esigenti, più insofferenti delle regole nel momento che le regole hanno perduto la loro autorità. Lo stato di non regolamento o di anomia si rafforza dunque perché le passioni sono meno disciplinate proprio quando sono più bisognose di una forte disciplina.
Le stesse esigenze fanno sì che sia impossibile soddisfarle. Le ambizioni sovraeccitate vanno sempre oltre i risultati ottenuti, quali essi siano, perché non sono consapevoli di non dover andare oltre. Nulla può accontentarle e l’agitazione si ricarica da sola, senza riuscire mai a placarsi. Lo sforzo si fa dunque più considerevole proprio nel momento più improduttivo: in queste condizioni come potrebbe non venir meno la volontà di vivere?
La spiegazione è confermata dalla singolare immunità di cui godono i paesi poveri. Se la povertà protegge dal suicidio è segno che è di per sé un freno. Checché si faccia, i desideri sono costretti, in certa misura, a fare i conti con i mezzi disponibili e ciò che si ha, serve in parte da punto di riferimento per determinare ciò che si vorrebbe. Pertanto, meno si possiede meno si è portati ad allargare senza limiti la cerchia dei bisogni. L’impotenza, costringendoci alla moderazione, ci abitua ad essa senza contare che nulla può suscitare il desiderio dove la mediocrità è generale. Invece la ricchezza coi poteri che conferisce ci dà l’illusione di far capo esclusivamente a noi stessi e diminuendo la resistenza che le cose ci oppongono, ci induce a pensare che possono essere conquistate all’infinito. Meno ci si sente limitati, più insopportabile ci appare ogni limitazione. Non è senza ragione che tante religioni hanno celebrato i benefici e il valore morale della povertà, che è, infatti, la migliore scuola per insegnare all’uomo a contenersi. Costringendoci ad esercitare su di noi una costante disciplina, essa ci allena ad accettare docilmente la disciplina collettiva, mentre la ricchezza, esaltando l’individuo, rischia sempre di risvegliare quello spirito di ribellione che è la fonte stessa dell’immoralità. Non è questa, certo, una ragione per impedire all’umanità di migliorare la sua condizione materiale. Ma se il pericolo mortale che ogni aumento di ricchezza comporta non è senza rimedio, è anche necessario non perderlo di vista.

E. Durkheim, Il suicidio. L’educazione morale, UTET, Torino 1969, pp. 306-309.

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10 pensieri su “Emile Durkheim, Il concetto di anomia

  1. “Meno ci si sente limitati, più insopportabile ci appare ogni limitazione”- Ho intenzionalmente voluto riportare questa frase perchè mi sono venuti in mente alcuni suicidi “eccellenti”.

    Socrate, ad esempio, condannato perchè si era rifiutato di riconoscere gli dei riconosciuti dalla città e di avere introdotto altre nuove divinità, preferì bere la cicuta pur di non abiurare alle sue idee. Se per lui fu inaccettabile la limitazione della sua dignità personale, non credo questo debba costargli un’ulteriore pena ed essere così nuovamente inserito tra i “trasgressori della regola comune”, significherebbe istituire per lui un secondo processo per corruzione di giovani post mortem.

    Durkheim fa bene a sottolineare la dimensione troppo materialista della nostra società ma pensare che il suicidio possa essere evitato solo se si iniziasse a dispensare povertà ed accettazione delle limitazioni credo sia un po’ fuorviante.

    Non dimentichiamo ancora Giordano Bruno ( avrebbe potuto evitare il rogo se l’avesse voluto) o ancora tra i moderni il poeta da me tanto amato Esenin, a cui angelo Branduardi si ispirò per la sua “Confessione di un malandrino”.

    Esenin, poeta contadino, sentì che il suo mondo stava crollando e non accettò il nuovo che pronto a daturpare in ogni suo aspetto la natura. Il suo suicido è il suicido del mondo contadino che corre alla deriva per assoggettarsi all’automazione non riuscendone a tenere il passo. Il nuovo che crea incertezza, è forse lì la chiave di lettura?

    La povertà riesce sicuramente a limitare le necessità e soprattutto le velleità (in mancanza di denaro più di tanto non possiamo avere) ma se ai piani alti arrivasse questa come soluzione al suicidio, allora prepariamoci a gravi limitazioni ed impariamo a vivere di poco pensando poco.

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  2. Pasquale Boccarossa

    Anomia e suicidio, corrisponde alla realtà dei nostri giorni,
    dove l`illusione di potere dovuto all`apparente progresso
    ci fa credere spesso immortali e ci rende incontentabili e
    disumani e per niente filantropi. Ognuno pensa per se, la
    pelle è mia e devo io proteggerla, frasi queste che distruggono i veri valori morali e che ci conducono verso la
    poverta`dello spirito, e quindi dell`essere in se.
    Anomalia non è solo una parola, ma esprime un concetto
    moderno, descrive una società in cui il consumismo frutto
    del capitalismo conduce l`uomo verso l`illusione del potere.
    “Piu`grande è il piacere che si prova nella fase di potere,
    tanto più amara sarà la sensazione di dolore che si proverà nei momenti di sconfitte.” Vivere con umiltà è
    la miglior medicina per sentirsi sempre giovani.
    Chi si accontenta è già ricco.
    Solo l`implacabile agitazione di un disabile a mio avviso è
    comprensibile,in quanto spesso il desiderio di essere sano
    almeno per vivere interamente una vita, è spesso incompresa dall`indifferenza di una societa`che ci rende spesso cechi e stupidi di fronte ai veri bisogni della realtà
    dell`uomo.

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  3. Pasquale Boccarossa

    Anomia e suicidio, corrisponde alla realtà dei nostri giorni,
    dove l`illusione di potere dovuto all`apparente progresso
    ci fa credere spesso immortali e ci rende incontentabili e
    disumani e per niente filantropi. Ognuno pensa per se, la
    pelle è mia e devo io proteggerla, frasi queste che distruggono i veri valori morali e che ci conducono verso la
    poverta`dello spirito, e quindi dell`essere in se.
    Anomia non è solo una parola, ma esprime un concetto
    moderno, descrive una società in cui il consumismo frutto
    del capitalismo conduce l`uomo verso l`illusione del potere.
    “Piu`grande è il piacere che si prova nella fase di potere,
    tanto più amara sarà la sensazione di dolore che si proverà nei momenti di sconfitte.” Vivere con umiltà è
    la miglior medicina per sentirsi sempre giovani.
    Chi si accontenta è già ricco.
    Solo l`implacabile agitazione di un disabile a mio avviso è
    comprensibile,in quanto spesso il desiderio di essere sano
    almeno per vivere interamente una vita, è spesso incompresa dall`indifferenza di una societa`che ci rende spesso cechi e stupidi di fronte ai veri bisogni della realtà
    dell`uomo.

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