Aspetti generali della religiosità indiana

L’India è per eccellenza il luogo della religione e della spiritualità. Mentre in Occidente la religione è sempre più spinta ai margini, incalzata dallo scetticismo, sostituita da una concezione profana della vita (con un fenomeno che si chiama secolarizzazione), in India la religione è ancora il centro intorno al quale ruotano tutte le occupazioni. La figura dell’asceta, del tutto scomparsa in Occidente, è in India una figura quasi normale; non sono poche le persone che, dopo una vita dedicata al lavoro ed alla famiglia, dedicono di ritirarsi in vecchiaia a vita ascetica.
La religione più diffusa in India consiste in una quantità di concezioni e riti priva di una vera sistematicità ed unità teologica, che noi occidentali chiamiamo Induismo, e che gli indiani preferiscono chiamare sanatana-dharma, ossia dharma eterno. Ma in India sono nati anche il Buddhismo, il Jainismo ed il Sikhismo. In seguito sono giunti l’Islam – in conflitto permamente con l’Induismo – ed il cristianesimo, che ha influenzato non poco gli sviluppi più recenti del pensiero indiano.
Le religioni nate sul suolo indiano, se differiscono anche notevolmente tra loro (alcune, come il Buddhismo ed il Jainismo, hanno addirittura un carattere ateistico), condividono alcuni concetti ed una aspirazione di fondo: l’aspirazione alla liberazione (moksha). La vita è vista come un ciclo continuo di sofferenza, dalla quale l’uomo deve cercare, attraverso vie differenti, di affrancarsi. Uno dei concetti di fondo condiviso da tutte le religioni indiane è quello di trasmigrazione, ossia la convinzione che l’uomo, dopo la morte, rinasca in altre forme, in altri mondi o inferni o paradisi, con un processo doloroso che si chiama samsara. L’idea della trasmigrazione o reincarnazione non è sconosciuta nella tradizione filosofico-religiosa occidentale (si trova in Platone, ad esempio; ve ne è qualche traccia anche nel cristianesimo delle origini), e negli ultimi anni ha trovato non pochi seguaci anche da noi. Bisogna però osservare che per gli occidentali la prospettiva della reincarnazione è motivo di speranza, mentre per gli indiani è una condanna alla quale bisogna sfuggire. Di diverso c’è la percezione della vita: per tutto il pensiero indiano la vita è sofferenza (dukkha), per cui ogni rimascita non fa che perpetuare un processo doloroso.
Un secondo concetto fondamentale è quello di karma. Il karma è la conseguenza delle nostre azioni, buone o cattive. Compiendo azioni buone o cattive, l’uomo accumula meriti o demeriti, che maturano attraverso la rinascita. L’uomo che è stato buono in questa vita rinascerà in condizioni favorevoli, mentre l’uomo che ha fatto del male sconterà il karma negativo con una esistenza di sofferenza. Si tratta di una concezione che ha in India la stessa efficacia che ha nel cristianesimo la concezione della punizione eterna da parte di Dio: quella di dissuadere dal compiere il male. Essa inoltre consente di rispondere al problema del male, che è tra i più gravi e difficili. La sofferenza che un uomo subisce in questa vita è interpretata come una conseguenza del male compiuto nella vita precedente. Ciò ha però anche conseguenze negative. Se la malattia serve a scontare il karma negativo, non sarà inopportuno intervenire per guarire chi è malato? Non bisognerà lasciare che ognuno sconti il male fatto nella vita precedente? Se ancora oggi la medicina in India viene vista spesso con sospetto – e se ancora oggi in città come Calcutta c’è gente che muore per strada – lo si deve probabilmente anche a questa concezione. Inoltre la concezione del karma porta a giustificare la stratificazione sociale, vale a dire il fatto che esistano diverse caste (la divisione in caste è una caratteristica della società indiana tradizionale), poiché la nascita in una casta inferiore (o nello stato terribile di intoccabile) è vista, anch’essa, come una conseguenza del karma negativo.
Le diverse religioni indiane condividono anche il concetto di dharma, che si può tradurre con legge e non è molto semplice da comprendere per noi occidentali. Esso comprende al tempo stesso l’ordine dell’universo e l’ordine della società, la legge cosmica e le leggi sociali. La storia dell’uomo e la vita del cosmo sono in India strettamente collegate tra di loro, e le leggi che regolano entrambe sono collegate. In Occidente, invece, l’uomo ha un’esistenza storica e si dà un ordine sociale indifferente all’ordine ed alle leggi del cosmo.
Infine, le religioni indiane condividono il valore dell’ahimsa, parola che si può tradurre con nonviolenza o innocenza, ed indica il divieto di uccidere qualsiasi essere vivente. E’ un principio morale molto profondo, che solo recentemente è stato raggiunto dall’etica occidentale (ad esempio con il filosofo e filantropo Albert Schweitzer).

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4 pensieri su “Aspetti generali della religiosità indiana

  1. utente anonimo

    finalmente ho la possibilità di scrivere qualcosa sul sito del mio prof adorato….dopo tanto siamo tornate in aula informatica e ho approfittato…come va?? avete dimenticato la vostra vecchia III Q?? il prof di psicologia ha preso 15 giorni ed è venuta Bevere…finamente stiamo andando avanti con il programma…lunedì però rientra e di questo non sono affatto felice!!! perchè siete andato via?! è possiile che siamo destinate ad avere una preparazione mediocre?! se continuo di questo passo finirò per odiare le materie che più odio!!scusate lo sfogo!!!

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  2. Cara Giovanna, beata te che hai la possibilità di andarci, ogni tanto, nel laboratorio di informatica. Qui a Manfredonia la cosa è complicatissima: e sto pensando per questo di chiudere questo blog. Prometto che prima di Natale passerò a trovarvi*. Altrimenti puoi sempre segnalare il caso a “Chi l’ha visto”, oppure a “C’è posta per te” 🙂
    * Avevo scritto a trovarmi. Sì, anche un po’ a trovarmi.

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