La vita è prendere in prestito

Tra i momenti più esaltanti del pensiero greco ci sono i paradossi di Zenone. Gran bel tipo, questo Zenone: uno che, dice la leggenda, viene imprigionato da un tiranno e torturato affinché comunichi i nomi dei congiurati, e come niente fosse si taglia la lingua e gliela sputa in faccia. Vera o non vera la leggenda, doveva essere un uomo straordinario; perché gli uomini mediocri non suscitano leggende.
Dunque quest’uomo dice che una freccia non giungerà mai al bersaglio, perché prima dovrebbe percorrere la metà del suo percorso, e prima ancora la metà della metà, e prima ancora la metà della metà della metà, e prima ancora la metà della metà della metà della metà: e così all’infinito. Per lo stesso motivo Achille, che correva veloce, non avrebbe mai potuto raggiungere una tartarurga che fosse partita un po’ prima di lui.
La storia della filosofia è piena di questi uomini paradossali, che mostrano l’assurdità di ciò che sembra scontato e la follia del senso comune. Di loro c’è un gran bisogno: perché un po’ di follia c’è davvero, nel nostro modo quotidiano di vedere le cose, e di agire, e di vivere. Bene dunque che qualcuno ce lo ricordi.
In Cina un uomo paradossale fu Hui Shih. Vissuto tra il 300 e il 250 avanti Cristo, anche lui alimentò leggende. Si dice che addirittura un re, suo ammiratore, giunse ad offrirgli il trono. Questo filosofo è tra i maggiori rappresentanti della Scuola dei nomi e delle determinazioni, una scuola che cercava di dimostrare le tesi e le affermazioni più assurde utilizzando la differenza tra il nome (ming) e la realtà che esso designa. Per questa via, Hui Shih giunse a formulare paradossi molto simili a quelli di Zenone:

Si prenda un bastone lungo un piede, e lo si spezzi a metà giorno per giorno. Diecimila generazioni non riusciranno a esaurirlo.(1)

Ma a noi Hui Shih interessa per un altro motivo. Egli è stato amico di Chuang-tzu, e la principale opera di Chuang-tzu – che si intitola, appunto, Chuang-tzu: ammetterete che questo modo di intitolare i libri è molto pratico – è piena delle loro discussioni. Per presentare il pensiero di Chuang-tzu – della cui vita basta dire che nacque intorno al 399 e morì nel 295 vanti Cristo, che fu sposato e che rifiutò un incarico prestigioso, preferendo vivere appartato; anche lui, ovviamente, rifiutò la carica di primo ministro – è bene partire proprio da un dialogo surreale tra Chuang-tzu e Hui Shih.

Hui-tzu disse a Chuang-tzu:
“Io ho un grande albero. La gente lo chiama Cosa Inutile. Il suo grande tronco è schiacciato e gonfio: una corda non riesce a centrarlo. I suoi piccoli rami sono contorti e attorcigliati: compassi e squadre non riescono a centrarli. Si erge sulla strada, ma i falegnami non si prendono neppure la briga di osservarlo. Ora, le tue parole sono grandi, ma inutili. Tutti concordano nell’evitarle.”
Chuang-tzu rispose:
“[…] Ora tu hai un grande albero, e la sua inutilità ti affligge. Perché non lo pianti nella landa dell’ampio nulla, la campagna dove non c’è altro? Senza premeditazione, senza interferire nelle azioni, ti appoggerai a un suo fianco, e ti muoverai liberamente, dormendo e riposando sotto i suoi rami. Quest’albero non patirà una morte prematura, a opera di scuri e accette. Nessuna creatura lo danneggerà. Visto che non è qualcosa da poter utilizzare, perché mai ne soffrirebbe?”(2)

Questo dialogo presenta una delle principali idee di Chuang-tzu, quella del non uso. Soltanto ciò che non usiamo risulta realmente prezioso. Vivere nel mondo senza cercare di sfruttare, di manipolare, di travolgere il mondo con i nostri progetti è l’ideale taoista di Chuang-tzu. E mi sembra un ideale che ha tanto da dirci. Abbiamo manipolato il mondo fino all’estremo, fino a giungere a manipolare la nostra stessa natura umana; eppure siamo infelici. Quanto più cerchiamo di fuggire dalla “landa dell’ampio nulla”, quanto più cerchiamo di possedere le cose e il mondo, tanto più questo ci sfugge. Chuang-tzu indica la via del distacco dalle cose (wai-wu), della dimenticanza delle cose, fino a giungere alla dimenticanza di se stessi. Non occorre molto: basta sedersi e dimenticare (tso-wang). Dimenticandosi delle cose e di se stessi, ci si ricorda di ciò che importa davvero: il Tao.
L’uomo deve unirsi al Tao. Per farlo, deve liberarsi dalla visione corrente delle cose, svincolarsi dai pensieri e dalle opinioni. Tutta la vita può apparirgli come un grande paradosso, come appare chiaro in questo passo dell’opera:

Una volta Chuang Chou sognò di essere una farfalla: una farfalla che volteggia liberamente e si diverte, consapevole dei propri intenti. Non sapeva di essere Chou. All’improvviso, quando si svegliò, si sentì di nuovo Chou, adattandosi alla propria forma fisica. In quel momento non sapeva di essere una farfalla, o se una farfalla stava sognando di essere Chou.”(3)

Noi sognamo una farfalla; o è una farfalla che sogna di essere noi? Siamo uomini o farfalle sognanti? La nostra vita è realtà o sogno?
Queste domande non fanno granché bene al nostro cervello, se vogliamo farlo funzionare per risolvere i problemi quotidiani. Ma a Chuang-tzu non interessa la risoluzione delle faccende pratiche. Gli interessa il raggiungimento del Tao. E per raggiungerlo, la nostra mente dev’essere messa a digiuno (cuore-digiuno, hsin-chai), ossia svuotata delle verità e delle certezze che normalmente la riempiono. Così mentalmente svuotato, l’uomo raggiunge una straordinaria libertà. Tutte le creature dell’universo si muovono liberamente, secondo un moto che ricorda l’ispirazione e l’espirazione. Ugualmente, il saggio vaga spensieratamente attraverso la sua mente totalmente libera dalle occupazioni quotidiane e dai dati sensibili. Egli è libero anche dalla paura della morte. Chuang-tzu racconta di un uomo al quale comparve un tumore. A chi gli chiese se ne era contrariato, così rispose:

No.Perché dovrei? La vita è un prendere in prestito. Si prende in prestito qualcosa, e poi si vive. Essa è un cumulo di immondizia. La vita e la morte sono come il giorno e la notte. Io e te osservavamo le trasformazioni, quando, a un certo punto, esse mi toccarono personalmente. Quindi, perché dovrei esserne contrariato?”(4)

Che succede ad un uomo, perché possa giungere a ragionare così? Succede una cosa molto semplice: mette da parte il proprio io. Impara a vedere se stesso come una parte del mondo. Come una parte trascurabile del mondo. E’ un atteggiamento poco frequente in Occidente, dove invece prevale l’individuo con il suo volto irripetibile ed il suo destino immortale.

(1) L. Arena, La filosofia cinese, Rizzoli, Milano 2000, p.112.
(2) Chuang-tzu, Mondadori, Milano 1998, p. 9.
(3) Ivi, p. 27.
(4) Ivi, p.191.

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