Lao-Tzu

Di Lao-Tzu si sa poco. La leggenda racconta che fu contemporaneo di Confucio, con il quale ebbe modo di discutere, mostrando la superiorità della propria saggezza; che visse per circa due secoli (bontà sua); che scrisse la sua opera, il Tao-te-ching, su richiesta di un guardiano di frontiera, che gli avrebbe chiesto di lasciare una testimonianza della sua saggezza prima di abbandonare il paese. Quello che è certo, invece, è che il Tao-te-ching, chiunque ne sia l’autore, è uno dei capolavori della filosofia cinese, oltre ad essere il testo fondamentale di quella filosofia e religione che va sotto il nome di taoismo.
Non è un libro facile, perché scritto in uno stile epigrammatico, conciso, qua e là realmente ermetico. Del resto, i filosofi che impropriamente definiamo pre-socratici non avevano uno stile molto diverso. Tao-te-ching vuol dire Libro (ching) del tao e del te. Cosa sono il tao e il te? Rispondere non è per niente facile. Nelle edizioni italiane dell’opera, il titolo è tradotto con Libro della Via e della Virtù. Tao dunque sarebbe la Via, te la Virtù. Ma si tratta di termini che esprimono in modo approssimativo la ricchezza di quelli cinesi.
Il tao è, secondo quanto afferma lo stesso Lao-tzu, “qualcosa di assolutamente vago e inafferrabile”; afferma tuttavia anche che “benché inafferrabili e vaghe, all’interno di essa vi sono delle immagini” (Tao-te-ching, XXI, trad. Duyvendack, Adelphi, Milano 1973). Dunque è esclusa la possibilità di parlare in modo esatto del tao, e si indica come adatta la via dell’immagine e dell’allusione.
Importante per comprendere la natura del tao è il capitolo XLII del Tao-te-ching. Si legge:

Uno ha prodotto due; due hanno prodotto tre; tre hanno prodotto i diecimila esseri.

Così si legge nella traduzione di Duyvendak. In altre edizioni si legge invece che “La Via (tao) ha prodotto Uno. Uno ha prodotto due”, e così via. Perché Duyvendak ha cancellato la prima affermazione? “La Via – spiega – non è un principio creatore astratto, al di sopra di tutto ciò che esiste: piuttosto è essa stessa il principio di unità”. La differenza è importante. Se avesse lasciato al suo posto quella affermazione, il tao ci sarebbe apparso come il Dio della nostra tradizione: un Dio che crea il mondo dal nulla. Ma dobbiamo fare molta attenzione a non interpretare il pensiero orientale con le categorie filosofico-religiose occidentali. Il tao non è un Uno creatore del mondo. E’, invece, un principio metafisico che unifica la totalità degli enti. A noi il mondo sembra caratterizzato dagli opposti: il forte e il debole, maschio e femmina, pieno e vuoto, bello e brutto, giusto e ingiusto, bene e male, e così via. Il taoismo riconduce tutti questi contrari ad una contrarietà fondamentale tra due princìpi: yin e yang. Yin è il principio femminile, con tutte le caratteristiche che si associano alla femminilità (debolezza, dolcezza, pazienza…), mentre lo yang è il principio maschile, e quindi principio della forza, dell’azione, della decisione, eccetera. Ora, l’opposizione tra questi due principi è più apparente che reale. Essi sono entrambi necessari per la vita dell’universo, e si rovesciano periodicamente l’uno nell’altro. La vita dell’universo segue questo corso: mutando continuamente, passa dal caldo al freddo, dall’azione alla quiete, dalla guerra alla pace. Questo mutamento cosmico che è al di sopra dei contrari è, appunto, il tao. E’ il corso naturale delle cose.
Il mondo non è fatto solo dai contrari, ma anche dalle singole creature. Nel mutamento cosmico, quale è la posizione delle creature? Ognuna ha un suo posto, un suo piccolo movimento da compiere in accordo con il movimento più ampio dell’universo. Questo movimento proprio di ogni creatura è il suo te, la sua virtù.
Quale sarà la virtù dell’uomo? Vivere in accordo con il cammino dell’universo. Ma come cammina l’universo? Cosa cerca? Nulla. L’universo non cerca nulla. L’universo esiste, semplicemente: ma è indifferente al bene e al male, proprio perché superiore ai contrari. Un uomo che conformi la sua vita al tao sarà anch’egli privo di scopi, e non inizierà di sua volontà alcuna azione. L’uomo in accordo con il tao pratica il non agire (wu wei). E non agendo, permetterà che si compia ciò che deve compiersi, senza ostacolare il corso naturale delle cose. E’ folle l’uomo che cerchi di realizzare un progetto che vada contro la natura delle cose. Più l’uomo si sforza, in questo caso, più danneggia se stesso. Il successo è possibile solo quando l’essere si muove nella direzione stessa della nostra azione. Ma questo movimento non possiamo dominarlo: non ci resta che pazientare, rinunciando all’azione fino a quando essa non risulta in accordo con il movimento dell’universo. Questa pazienza inattiva risulta vincente: il saggio che pratica il wu wei, colui che considera tutto difficile, è colui che riesce a fare tutto: non governando governa, non viaggiando conosce il mondo, non facendo violenza vince: scegliendo di essere l’ultimo diventa il primo.
Tutte le creature del mondo lottano per la vita; tutte le vite, però, terminano con la debolezza, la sconfitta, il vuoto, il nulla. La tranquillità è il porto cui approdano tutti gli esseri, una volta finita la lotta per la vita. Il saggio si pone da questo punto di vista: osserva il mondo considerando il vuoto che accoglie tutti.

Infatti gli esseri fioriscono e (poi) ognuno torna alla propria radice. Tornare alla propria radice si chiama la tranquillità; ciò vuol dire deporre il proprio compito. Deporre il proprio compito è una legge costante. Colui che non conosce questa legge costante agisce da stolto e attira su di sé la disgrazia. Colui che conosce questa legge costante è tollerante; essendo tollerante è senza pregiudizi; essendo senza pregiudizi, è comprensivo; essendo comprensivo, è grande; essendo grande, è (identico a) la Via; essendo (identico a) la Via, dura a lungo; sino alla fine la sua vita non è in pericolo (XVI).

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