Tolstoj

Tolstoj ha vissuto due vite. La prima è quella dello scrittore di Anna Karenina e di Guerra e pace, considerato unanimemente uno dei più grandi scrittori mai esistiti. La seconda vita comincia a cinquant’anni, dopo una crisi spirituale che lo porta a meditare il suicidio. Ne esce conquistando una nuova prospettiva religiosa, etica e politica. La prospettiva della nonviolenza radicale.
Un documento molto dettagliato sulla crisi spirituale dalla quale scaturisce la seconda vita di Tolstoj è La confessione. A coglierlo fu il senso della inutilità, dell’assurdo, della sofferenza della vita umana. «Non c’è possibilità d’illudersi. Tutto è vanità. Felice chi non è mai nato. La morte è preferibile alla vita, dunque bisogna liberarsi da quest’ultima». La via d’uscita intravista era quella della fede, ma c’era un ostacolo: la fede era presentata come umiliazione della ragione, ed era una condizione che Tolstoj non poteva accettare. La risposta alle inquietudini venne da una lettura assolutamente libera del Vangelo, che lo convinse che la fede irrazionale è una degenerazione dell’autentico cristianesimo, e che il messaggio evangelico è in realtà chiaro, semplice, razionale, e non richiede alcun atto di fede.
Tolstoj si convince dell’esistenza di una verità universale contenuta nell’insegnamento di tutti i grandi maestri dell’umanità, dal Cristo al Buddha, da Lao-tze a Socrate. L’essenza di questo insegnamento è il rifiuto della violenza e la non resistenza al male: non fare all’altro ciò che non vorresti che fosse fatto a te e, in positivo, fare all’altro ciò che vorresti che fosse fatto a te. Non è una verità rivelata, ma qualcosa cui ognuno può giungere riflettendo sulla propria situazione esistenziale. Gli uomini in società sono in uno stato di conflitto generale: ognuno vorrebbe per sé il massimo dei beni di questo mondo, quei beni che deve contendere agli altri, anche con la violenza. Da una parte, quindi, questa ricerca del bene porta alla violenza generalizzata, con l’infelicità che essa comporta, dall’altra i beni materiali si dimostrano comunque incapaci di soddisfare la sete dell’individuo, che passa ansiosamente da un possesso all’altro, senza mai trovare pace. In Della vita Tolstoj contrappone a questo labirinto esistenziale, proprio di quella che chiama individualità animale, la via della coscienza razionale, nella quale il dramma esistenziale dell’uomo trova la sua soluzione. La coscienza razionale inverte l’aspirazione dell’individualità animale. Se questa desidera i beni per sé, la coscienza razionale desidera il bene per l’altro. L’uomo raggiunge la pace e la felicità quando ricerca il bene dell’altro, quando spezza il proprio egoismo ponendo l’altro prima di sé. Così trova soluzione anche il conflitto sociale, e nasce una società armonica, giusta e libera, nella quale i beni sono a disposizione di ognuno, e non più contesi violentemente.
La coscienza razionale, che indica all’uomo la via dell’amore, è tutt’uno con la legge di Dio, la quale in Tolstoj è una sorta di sapienza cosmica, un fondamento metafisico che sostiene l’uomo nelle sue scelte morali. Ma la legge di Dio non è la legge che ispira le istituzioni umane; anzi, queste ultime rappresentano il suo più deciso disconoscimento. Per questo l’uomo etico e religioso, l’uomo che obbedisce a Dio, deve disobbedire ad ogni potere mondano. L’obbedienza a Dio è in Tolstoj la giustificazione della disobbedienza e della noncollaborazione con il potere civile, politico e religioso. Se Dio non ci fosse, l’uomo non avrebbe una autorità da contrapporre a quella dei poteri terreni. Dio è quell’istanza superiore che consente di relativizzare i poteri terreni e di sottrarsi ad essi. Tolstoj rovescia la fondazione carismatica del potere politico, giungendo ad una fondazione carismatica della dissidenza e dell’obiezione di coscienza.
Lo Stato e le Chiese sono le istituzioni responsabili di una realtà sociale che è la più lontana possibile dall’ideale evangelico. Le seconde, in particolare, sono responsabili di aver tradito il Vangelo, facendo passare in secondo piano la radicalità del comandamento dell’amore e del Sermone della montagna, e facendo del Cristo un Dio da venerare attraverso i suoi rappresentanti terreni, per ottenere la vita eterna dopo la morte. Tolstoj rigetta, anche se con qualche oscillazione, l’idea di Gesù come Salvatore, in favore di quella del maestro morale, messaggero di quella sapienza universale che sola può condurre alla pace. Le Chiese hanno sostituito al messaggio chiaro del Cristo una serie di dogmi, di riti, di superstizioni, con le quali ha ingannato il popolo e sulla quali ha basato il proprio potere temporale, condiviso con i politici.
La più importante opera filosofico-religiosa di Tolstoj, Il Regno di Dio è dentro di voi, è tutta una denuncia della falsità e dell’alienazione della religione delle Chiese, cui si accompagna il ruolo violento delle istituzioni civili e politiche, interamente al servizio dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, dei ricchi sui poveri, dei possidenti sui diseredati. Oppressione che si serve del servizio militare, dei giudici, degli avvocati, della burocrazia, oltre che del clero, ma che in ultima analisi si sostiene sul tacito accordo dei sottomessi (la servitù volontaria di cui aveva parlato La Boetie). Il risveglio religioso porterà questi ultimi a ribellarsi senza far ricorso alla violenza, semplicemente smettendo di collaborare con gli oppressori, opponendo alla violenza del dominio la fermezza della loro protesta morale.
L’ideale nonviolento di Tolstoj – che ha influito in modo non lieve su Gandhi, lettore entusiasta de Il Regno di Dio è dentro di voi – si completa con la scelta del vegetarianesimo, l’opposizione alla caccia ed alla proprietà, l’esaltazione di una vita essenziale, sobria, in contatto con la gente umile e con la natura, nella quale alla riflessione intellettuale si affianca il lavoro manuale.

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