Pensieri d’un giorno di sciopero

Ho scioperato, oggi, aderendo all’invito dei Cobas ad uno sciopero generale della scuola per chiedere il ritiro del primo decreto attuativo della riforma Moratti. Ho scioperato, cioè, contro una riforma che, a mio avviso ed a parere di tanti, renderà peggiore la scuola italiana. E manifestando contro una proposta di cambiamento, mi ritroverei ad essere un difensore della scuola italiana così com’è, se non chiarissi – a me stesso, in primo luogo – quale scuola vorrei, ben oltre quella che c’è e quella che vorrebbe la Moratti.

Una scuola strutturalmente rispettosa delle persone che accoglie, in primo luogo, vorrei. Bella come una banca, per essere più chiaro. E’ assolutamente vergognoso che le scuole siano ospitate in edifici cascanti (e che a volte cascano, infatti: uccidendo), costruiti per altri fini ed adattati, privi spesso delle minime misure di sicurezza. E’ assolutamente vergognoso che vi siano ancora banchi e sedie di legno, proprio come nell’Ottocento. Se ne meravigliava Maria Montessori; noi non ce ne meravigliamo più. E ci sembra quasi esagerato chiedere poltroncine comode, adatte ad accogliere per più ore dei corpi fragili ed in fase di sviluppo; e sembra che chiedere, al posto degli odiosi banchi, dei tavolini sia una trovata simpatica, buona solo per riderci su. Ed io dico invece che un ambiente diverso, lontano dallo squallore che, chissà perché, caratterizza tutti i luoghi dello Stato, è possibile e necessario. In un vivaio freddo, scomodo, esteticamente sgradevole faremo sbocciare idee, passioni -persone?
L’ intellettualità, poi. La scuola è adesso il luogo dove si trasmettono, bene o male, diverse nozioni e contenuti culturali. Dovrebbe diventare il luogo in cui la cultura non viene semplicemente trasmessa, ma creata, elaborata, approfondita. In altri termini, ogni scuola dovrebbe essere anche un centro di ricerca, dovrebbe avere la possibilità di pubblicare una sua rivista, di promuovere convegni e seminari di studi, di avviare programmi di ricerca. I docenti dovrebbero ricevere incentivi per la pubblicazione di libri ed articoli. Una scuola-centro di ricerca non trasmette il sapere, ma abitua fin dall’inizio alla ricerca ed all’approfondimento autonomo. Il manuale perde la sua centralità. Si parte invece da materiale eterogeneo, lo si discute, e si elabora un testo sintetico che rappresenta la conclusione della classe sul problema trattato.
Il lavoro, in terzo luogo. E qui davvero dirò eresie. La scuola che abbiamo, borghese, classista, di corto respiro, è il risultato di un sistema che ha tracciato un solco profondissimo tra il mondo delle professioni intellettuali e quello delle professioni manuali. Anche l’ultimo studente liceale sa di essere migliore dell’apprendista falegname – vittima, il più delle volte, del lavoro nero e dello sfruttamento minorile. Lui, lo studente liceale, non imparerà mai a scuola a piantare un chiodo, a tagliare una lastra, a lavorare un vaso di ceramica, ad aggiustare un motore che non va. Nella scuola cui penso tutti, figli di operai e figli di ingegneri, devono apprendere un’arte manuale in un laboratorio di falegnameria, di ceramica, di elettronica o altro. Non è solo per favorire una società in cui risulti ridimensionato lo iato tra professioni manuali ed intellettuali, con la stratificazione sociale che ne consegue; è anche per l’irrinunciabile valore formativo del lavoro, per il quale si può portare la testimonianza della grande maggioranza dei pedagogisti moderni e contemporanei.
Ancora: il presente. Senza negare l’importanza del passato e della preparazione storica, la scuola dovrebbe sviluppare in primo luogo la capacità di attenzione e di interpretazione del proprio mondo. La lettura del giornale, non legata ad iniziative sporadiche di quotidiani o di singoli docenti, ma compiuta costantemente, la partecipazione alle riunioni del Consiglio comunale, la conoscenza delle problematiche socio-economiche e dei soggetti che se ne occupano, la comprensione della propria città, ed al tempo stesso l’attenzione alle vicende più importanti della politica internazionale, la lettura dei conflitti e dei nuovi scenari economici. Tutte cose che nella scuola borghese entrano sporadicamente, e con qualche imbarazzo. Portando ad esempio degli alunni ad assistere alla tramissione televisiva dei funerali dei carabinieri morti a Nassiriya, senza che loro sappiano – se non per vivacità culturale propria, alimentata dalla lettura personale dei giornali e dalla conversazione in famiglia – che cosa è successo e sta succedendo in Iraq.
La concezione della cultura, per finire. La scuola borghese e classista è guidata da una concezione della cultura che in realtà nega ed uccide la cultura: la cultura come strumento di affermazione personale, mezzo come un altro per trovare un posto, fare carriera, sistemarsi. E poiché l’affermazione personale richiede un certo spirito conflittiale, la scuola borghese e classista favorisce la competizione, la slealtà reciproca, lo sgambetto, l’ipocrisia. In una scuola vera conterà il risultato raggiunto da tutti, ed il contributo del singolo sarà valutato per questo: non per la quantità di cose che è riuscito ad immagazzinare ed a vomitare fuori alla prima verifica orale, ma per il contributo che ha dato alla comprensione collettiva di un problema o fatto culturale. Dalla scuola vera usciranno persone che penseranno alla cultura come uno strumento, sì, ma a disposizione di tutti, un mezzo di elevazione collettiva, e non individuale.
Una scuola del genere costerebbe moltissimo: e soldi, si sa, non ce ne sono. O forse ci sono. Io credo che basterebbe azzerare il bilancio del Ministero della Difesa, e impiegare i soldi per l’istruzione. Una follia? Il Costarica l’ha fatto.

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4 pensieri su “Pensieri d’un giorno di sciopero

  1. Non mi interessano molto i dati quantitativi. Un numero alto di diplomati o laureati non è di per sé garanzia di una buona scuola; sai bene, anzi, che nell’attuale sistema respingere un alunno equivale a perdere un cliente. La Costituzione parla di una scuola che è strumento per l’uguaglianza dei cittadini. Può realmente essere tale una scuola che separa accuratamente professioni intellettuali e professioni pratiche – intellettualità e lavoro?

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