Giovanni Gentile

Il 15 aprile del 1944 un commando di partigiani fucilò Giovanni Gentile, colpevole di essere stato il filosofo del Regime e di aver aderito poi alla Repubblica Sociale di Salò. Non fu soltanto l’eliminazione fisica del filosofo: da allora quello che è stato uno dei più grandi intellettuali italiani della prima metà del Novecento è stato quasi interamente rimosso dalla memoria, ridotto al ruolo imbarazzante di filosofo ufficiale di un Regime condannato dalla storia. Continua a leggere “Giovanni Gentile”

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Orientarsi nella storia della pedagogia

Quest’anno avete iniziato lo studio della storia della pedagogia. Nel triennio studierete l’evoluzione delle concezioni pedagogiche dagli antichi Egizi ad oggi. Ne sentirete di tutti i colori: troverete chi sostiene che i bambini sono tentati dal Diavolo, e perciò bisogna sottoporli al più presto ad un intervento educativo massiccio, e chi afferma che sono naturalmente buoni e vanno sottratti quanto più è possibile all’influsso negativo della società; chi sostiene che bisogna studiare tutto, e chi vuole che la formazione si limiti alle conoscenze utili; chi pensa che l’educazione non debba fare distinzione tra maschi e femmine, e chi invece sostiene che le donne devono ricevere un’educazione minima, giusto l’indispensabile per dedicarsi alla cura della casa: e così via. Continua a leggere “Orientarsi nella storia della pedagogia”

L’educazione in Nietzsche


Una delle opere più importanti per comprendere la concezione educativa di Nietzsche è Umano, troppo umano, libro pubblicato tra il 1878 ed il 1886 che attesta la fase «illuministica» del suo pensiero (non a caso è dedicato alla memoria di Voltaire). Illuministico più nelle intenzioni, che nei fatti. Si tratta di un libro ineguale – con alti e bassi, affermazioni fortemente precorritrici (ad esempio una pagina sorprendente sul disarmo unilaterale, II, 254) ed altre assolutamente sconcertanti – nel quale Nietzsche presenta l’ideale dello spirito libero, l’uomo superiore che vive per la conoscenza, liberandosi da ogni necessità materiale, dai condizionamenti culturali, dalle aspettative degli altri, dai legami dei suoi stessi ideali; un uomo necessariamente solo, che vive come un viandante, uno che attraversa la vita godendo la gioia del paesaggio e del cammino. A questo ideale umano corrisponde una utopia sociale: «Una cultura superiore può nascere solo dove esistono due diverse caste sociali: quella di chi lavora e quella di chi ozia, di chi è capace di vero ozio; o, con un’espressione più forte, la casta del lavoro nella costrizione e del lavoro libero» (II, 439; cfr II, 462, dove ripresenta questa idea come la mia utopia). Si tratta, come si vede, di un rovesciamento dell’utopia sociale marxiana. Se Marx voleva un sistema nel quale le differenze di classe fossero superate ed il lavoro materiale fosse ugualmente distribuito, Nietzsche pensa ad una società nella quale le differenze di classe diventano differenze di casta. Occhio e croce, direi che siamo più vicini all’utopia nietzscheana che a quella marxiana. Continua a leggere “L’educazione in Nietzsche”

Richiesta

Mi fa piacere se i colleghi partecipano a questo blog con i loro commenti. Possono firmarsi, usare un nickname, o restare anonimi. Vorrei che evitassero, però, di dire la loro improvvisandosi suggeritori di questa o quell’alunna. Questo atteggiamento, oltre ad essere sleale nei confronti del sottoscritto – che si guarda bene dall’interferire in qualsiasi modo con la loro attività didattica – non mi pare che si accordi molto con quel rispetto assoluto della personalità degli alunni e della loro libertà d’espressione, che dovrebbe guidare il nostro lavoro.

L’educazione in Marx ed Engels

Il vostro libro riesce a dire, nell’ambito di una stessa pagina, che per Marx lo Stato deve farsi carico dell’educazione, e che per Marx l’educazione deve essere pubblica ma non statale. Vediamo di capirci qualcosa.
Il discorso marxista sull’educazione non è scindibile dalla prospettiva rivoluzionaria. Sarà la rivoluzione comunista a creare le basi per una vera educazione. La struttura di una società è economica: è data dall’insieme dei rapporti di produzione; “il processo sociale, politico e spirituale della vita” è condizionato dalla struttura economica (Marx, Introduzione a “Per la critica dell’economia politica”). Anche l’educazione, naturalmente, ne è condizionata. Questo vuol dire che l’educazione familiare e scolastica, in uno Stato borghese, non può che giustificare la struttura economica, e con essa le disuguaglianze sociali.

Dopo la rivoluzione, il compito educativo sarà affidato allo Stato e sottratto quanto più possibile alle famiglie. Si legge in Principi del comunismo (1848): “Educazione di tutti i fanciulli a cominciare, dal momento in cui possono fare a meno delle prime cure materne, in istituti nazionali e a spese della nazione. Educazione e lavoro di fabbrica insieme.” Questa sottrazione dell’educazione alla famiglia è tra gli aspetti del programma comunista che più scandalizzavano. Rispondendo allo sconcerto di molti, Marx ed Engels scrivono nel Manifesto del partito comunista: “Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari. E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via? I comunisti non inventano l’influenza della società sull’educazione, si limitano a cambiare il carattere di tale influenza, e strappano l’educazione all’influenza della classe dominante. La fraseologia borghese sulla famiglia e sull’educazione, sull’affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro”.
Oltre ad essere sociale, e non più familiare, la nuova educazione dovrà superare la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. All’educazione per tutti corrisponderà l’obbligo di lavoro per tutti. Scrive Engels nella prefazione a Lavoro salariato e capitale di Marx: “Un nuovo ordine sociale è possibile, nel quale spariranno le attuali differenze di classe e nel quale — forse dopo un breve periodo di transizione, un po’ travagliato, ma ad ogni modo molto utile dal punto di vista morale — grazie allo sfruttamento secondo un piano e all’ulteriore sviluppo delle esistenti immense forze produttive di tutti i membri della società, ad un uguale obbligo al lavoro corrisponderà una situazione in cui anche i mezzi per vivere, per godere la vita, per la educazione e lo sviluppo di tutte le facoltà fisiche e spirituali saranno a disposizione di tutti, in modo uguale e in misura sempre crescente”.
Di sfuggita, vi faccio notare la presenza del lavoro in moltissimi dei pedagogisti studiati (perfino in Locke, l’educatore del gentleman): e la sua totale assenza nelle realtà scolastica italiana.

Himalaya

Girato tra il Nepal ed il Tibet (i paesaggi sono tra le sue cose belle), questo film racconta di un vecchio capo, Tinle, che si rifiuta di cedere il potere al giovane Karma, che ritiene responsabile della morte del figlio. Nonostante il parere negativo di Tinle, Karma parte con una carovana di yak per portare il sale a valle e scambiarlo con il grano. Tinle lo sfida guidando una seconda carovana. Porta con sé il nipote Passang, che il viaggio trasformerà per sempre. L’intenzione del regista Eric Valli era quella di fare un film che testimoniasse la vita di una società tradizionale, e per questo fa recitare attori quasi tutti non professionisti (Tinle è realmente un capo villaggio). Tuttavia il suo resta uno sguardo occidentale, mosso da curiosità ma viziato da più di un pregiudizio e da un intento spettacolare che trasfigura in qualche caso la realtà che vuole descrivere e testimoniare (come nella colonna sonora, che adatta la musica tradizionale nepalese al gusto occidentale).

Vedremo Himalaya sabato. Ci aiuterà a riflettere sulla variabilità dei processi formativi nei diversi contesti culturali.

 

Risorse

Il sito del film

Amkoullel

Amadou Hampâté Bâ, detto Amkoullel, è stato uno dei grandi protagonisti della cultura africana. Nato a Bandiagara, un villaggio del Mali, nel 1900, e morto ad Abidjan nel 1991, è stato al servizio dell’Impero coloniale francese, entrando poi nell’Istituto Francese per l’Africa Nera.
L’importanza della sua opera è nella raccolta minuziona della tradizione orale dell’Africa, mossa dalla consapevolezza che “in Africa quando muore un vecchio è una libreria che brucia”. Ha raccontato la storia della sua vita nel libro Amkoullel, il bambino fulbe (Tulsi). Voglio proprorvi però un passo di un altro suo libro, Gesù visto da un musulmano (Bollati Boringhieri), nel quale illustra quella concezione africana della persona di cui vi ho parlato a lezione:

“Maa ka maaya ka ca a yere kono. In lingua bambara significa: le persone di una persona, sono numerose in ogni persona. Mia madre, quando voleva vedermi, aveva l’abitudine di chiedere a mia moglie: “Quale delle persone di mio figlio abita qui oggi? Il toubab? L’uomo di religione oppure mio figlio?”. Se mia moglie rispondeva “Tuo figlio” allora entrava in casa senza cerimonie e mi diceva cosa voleva. Se diceva “E’ l’ uomo di Dio”, mia madre si limitava a fare proposte, ma se mia moglie rispondeva “Il toubab”*, allora mia madre ripartiva senza neppure provare a incontrarmi.”

*Toubab sono i bianchi. In questo caso, la parola indica ironicamente uno che frequenta i bianchi.